GEOLOGIA E...
MITO
Luigi Piccardi
CNR - Istituto di Geoscienze e Georisorse, Sezione di Firenze
Via G. La Pira 4, 50121 Firenze, Italy
Il primo uso del termine “geologia” risale al 1473, quando fu introdotto dal Vescovo di Durham, Richard di Bury, per indicare la giurisprudenza come dottrina ‘terrestre’ distinta dalla teologia, scienza divina. Acquisterà in seguito il suo significato attuale con le opere pionieristiche di Agricola (1494-1555), Ulisse Aldovrandi (1522-1605) e Stenone (Niels Steenses, 1638-1686). Ma l’origine e la natura della Terra ed i vari aspetti geologici sono da sempre stati oggetto dell’indagine dell’uomo nelle mitologie, religioni e filosofie dell’antichità. La geologia (e la scienza in generale) si sviluppa nell’Europa condizionata dall’incontro tra concezione giudaico-cristiana e pensiero greco, e proprio per le implicazioni geologiche di molti miti biblici l’emergere della geologia come scienza è stato a lungo osteggiato dai teologi. Mettendo in discussione dogmi fondamentali e ben consolidati dalle Scritture, come ad esempio l’età della Terra, le modalità della genesi, il diluvio universale e altre leggende sacre, ancora alla fine del XVIII secolo l’ortodossia riteneva che la geologia minasse la fede e fomentasse l’ateismo, bollandola come “pericolosa ed empia”, “una provincia proibita”, “un’arte oscura”. E’ solo con la pubblicazione di “Theory of the Earth” (1795) di James Hutton, e di “Principles of Geology” (1830-33) di Charles Lyell, che questa disciplina ottiene finalmente il pieno riconoscimento. Dato il limite sfumato fra storia e leggenda, leggende e miti vengono oggi setacciati dai geologi alla ricerca di informazioni, soprattutto per aree o per periodi con scarsità di notizie. La geologia è legata alla mitologia da infinite trame, e rappresenta un aspetto centrale dei miti in tutto il mondo. La Terra stessa, con la sua inesauribile energia vitale, è stata considerata una divinità. Montagne, grotte, rocce e altri particolari luoghi e forme naturali, sono da sempre stati oggetto di venerazione, e in molti casi continuano ad esserlo. Lo stesso vale per l’acqua, apportatrice di vita. Punti di emissioni gassose, spesso letali, hanno assunto connotazioni soprannaturali e legami con il mondo sotterraneo, misterioso ed inaccessibile ai vivi, considerato il regno dei morti. Erano in generale quei luoghi che mostravano caratteristiche insolite, suggestive o manifestazioni superficiali dell’attività endogena della terra, che maggiormente destavano stupore e venivano considerati sacri. Fenomeni particolarmente impressionanti, come vulcanismo, terremoti, frane, inondazioni, impatto di meteoriti, hanno fornito lo scenario per l’ambientazione drammatica di eventi mitologici e racconti leggendari che ne fornivano la spiegazione nei termini delle conoscenze del tempo. Il rinvenimento di fossili ha avvalorato la credenza in esseri fantastici quali draghi e giganti o in antichi diluvi che avessero sommerso le montagne. Il tema è sconfinato e il presente lavoro illustra sommariamente solo alcuni dei principali aspetti, fornendone qualche esempio. Nonostante l’origine geologica di alcuni famosi miti sia palese, molti di questi aspetti permeano anche oggi la nostra cultura, in quanto tutte le religioni moderne hanno riconvertito a proprio uso preesistenti luoghi sacri pagani.
La complessa origine
dei miti e la loro sfaccettatura fanno si che questi racconti contengano al loro
interno anche memorie della evoluzione della religione locale. In tutte le
culture la stratificazione mitologico-religiosa mostra un passagio graduale da
un orientamento dei culti dalle le potenze ctonie della Terra alle potenze
celesti dell’Olimpo. Questa evoluzione e è stata riconosciuta. La religione
preistorica era ovunque dominata dalla figura della Grande Dea Madre, la dea dai
molti nomi, la cui rappresentazione più sentita era quella di Gea, la Madre
Terra. I culti allora erano diretti non verso l’alto, agli dei del cielo, ma
verso il basso, verso la Terra, verso quegli inferi fecondi dai quali sgorgava
incessantemente la vita e ai quali l’uomo ritornava dopo la morte. Non sorprende
quindi che tanta attenzione sia stata data dalla mitologia primitiva proprio ai
fenomeni geologici, e fra questi in particolare a quelli più impressionanti e
più direttamente in relazione col sottosuolo, come vulcani e terremoti. Tali
fenomeni, che incutevano terrore e meraviglia (ingredienti base della
sacralità), interessavano proprio l’elemento che rappresentava il nucleo stesso
di tutta l’esistenza umana: il grembo di Madre Terra, alfa e omega di ogni
creatura. In tutte le mitologie la Terra è inclusa fra le più antiche divinità,
e considerata progenitrice delle stirpi di dei e mostri. I Romani la conoscevano
col nome di Tellus o Terra. I Celti la chiamavano la Dea Oscura o la Dea Nera,
dalla quale si ritiene che siano derivate le numerose immagini delle Madonne e
Vergini Nere, (particolarmente famose quelle di Chartres in Francia, di
Czestochowa in Polonia, di Einiedeln in Svizzera, di Altötting in Bavaria, di
Montserrat in Spagna, di Loreto in Italia). In Messico la Madonna Nera di
Guadalupe ha sostituito il culto della dea Tonantzin, l’antica dea Atzeca della
Terra, identificata anche con la donna-serpente Cihuacoatl, riconvertendone il
santuario. La Grande Dea, dea della montagna e della fertilità, della vita e
della morte, aveva il serpente come uno dei suoi simboli principali, che ancora
oggi le troviamo associato nell’iconografia mariana. L’elemento fondamentale che
la caratterizzava era la fertilità. Anche per questo la sua figura è
strettamente collegata a quella della Dea Luna, col suo perenne ciclo di morte e
rinascita.
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Fig. 1a: La Venere di Laussel (Dordogna, Francia, 43 cm), del Gravettiano circa 23.000 aC, trovata all’entrata di una grotta cerimoniale. Originariamente era dipinta in rosso, colore sacro del sangue e della vita. Nella mano destra regge un corno di bisonte a forma di falce di luna, con 13 segni incisi a simboleggiare i giorni della luna crescente e calante (più un giorno di luna piena e uno di luna nuova) ed i 13 mesi dell’anno lunare. La mano sinistra poggiata sul ventre indica la relazione fra il ciclo lunare e quello della fecondità femminile. |
Fig. 1b: Mentre Gea e le sue sostitute, tipo Rhea e Cibele, personificavano la Terra in quanto tale, Demetra rappresentava nello specifico la terra fertile. Il suo nome viene fatto risalire a “Ge Meter”, Madre Terra. Era in particolare dea dei cereali, ma in quanto Dea della Terra la sua influenza toccava anche il mondo sotterraneo sotto il suo altro aspetto di Persefone, sua figlia. Nel suo santuario speciale di Eleusi, vicino al suo tempio, il sacro recinto della grotta di Ade era ritenuto l’ultima tappa del viaggio di Persefone nel mondo sotterraneo. |
Nelle antiche cosmologie era diffusa la credenza in una netta tripartizione del mondo, in cui si aveva di sopra il cielo, in mezzo la Terra e sotto il mondo degli Inferi. Per gli Egizi la Terra era una superficie piatta sovrastata dal firmamento, a sua volta era sostenuto dai picchi montuosi, i pilastri del cielo, ai quattro angoli cardinali. Secondo le mitologie Caldee, come nel mito Assiro di Marduk e Tiamat, e Giudaiche (Genesi, 1,6-8) la volta celeste separava le “acque di sotto”, sopra le quali stava la terra e che emergevano nelle sorgenti, da quelle “di sopra”, delle quali le pioggie erano la manifestazione. Le mitologie indiane vedevano la Terra come un disco circondato dall’oceano, con una grande montagna che ne segnava il centro. Proprio a questa tripartizione fanno riferimento i molti miti che narrano i tentativi di scalare il cielo dalla Terra, dall’assalto di Tifone agli dei olimpici alla Torre di Babele, al tentativo dei giganti con la costruzione della piramide di Cholula (Messico), o al mito Hindu dell’albero fulminato da Brahma per aver cercato di raggiungere il cielo. Le visite nel senso opposto, cioè dal cielo sulla Terra, sono descritte nelle narrazioni delle discese di dei o di angeli. Analogamente troviamo citati discese al piano inferiore, agli Inferi, e risalite di demoni sulla terra. Questi viaggi nel mondo sotterraneo, così vicino alla superficie, erano possibili grazie all’esistenza di particolari “porte” sull’altro mondo. Ancora alla fine del Medioevo ci sono evidenze di una diffusa credenza che una di queste aperture si trovasse nell’Atlantico, a una ignota distanza dall’Europa, e molti navigatori temevano di poterci cadere dentro spingendosi troppo al largo. Nonostante che già in epoca classica (Pitagora, Platone, Aristotele) si fosse pervenuti all’idea della sfericità della Terra, giungendo anche a calcolarne la circonferenza con buona approssimazione (Eratostene, 276-194 a.C.), questa concezione fu in seguito abbandonata, e addirittura attivamente contrastata, in quanto in disaccordo con le Scritture. L’idea tuttavia continuò ad aleggiare, tanto che Dante la conservò nella sua rappresentazione del mondo. Fu solo con la circumnavigazione di Magellano (1519) che la sfericità della Terra fu definitivamente accettata.
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| Fig. 2: Figure cosmologiche |
Ogni civiltà del passato considerava la propria capitale o il proprio
luogo più sacro come il centro del mondo. Per gli Egizi era Tebe, per gli
Assiri Babilonia, per gli Hindu il Monte Meru, per i Greci Delfi, per i
Mussulmani La Mecca e per gli Ebrei Gerusalemme. La centralità di Gerusalemme
divenne un dogma anche per l’occidente Cristiano, che in particolare considerava
il punto sul Calvario dove era stata infissa la croce come il centro esatto,
punto nel quale si sarebbe anche trovato l’albero del frutto proibito dell’Eden.
Il tema delle Montagne Sacre è uno dei principali archetipi di tutte le credenze
religiose. Il loro asse verticale le lega al mitologico asse centrale del mondo
(Axis Mundi). Oltre alle montagne naturali, ci sono anche innumevoli esempi di
montagne artificiali, come i vari tipi di piramidi o i templi-montagna
(es. Borobudur). Sulla cima delle montagne, naturali e artificiali, si trovano
santuari e altari. Il Monte Everest è noto col nome indigeno di
Chomolungma, la Dea Madre del Mondo. Nell’antica Grecia il principale dio della
montagna era Zeus, dio della pioggia e del fulmine. A lui erano dedicate quasi
cento montagne, ma la sua dimora era indicata sul Monte Olimpo (2918 m).
In origine il Monte Olimpo sembra sia stato una montagna ideale, mitologica. Le
prime epiche omeriche (circa 700 aC) non danno riferimenti geografici sulla sua
posizione, e solo in seguito sarebbe stato identificato con una specifica vetta.
Nella Bibbia il monte più famoso è il Monte Sinai (chiamato anche Gebel
Musa= “Monte di Mosè” e Har HaElokim = “montagna divina”), il luogo dove Mosè
avrebbe incontrato Dio ricevendone le Tavole della Legge. L’identificazione
ufficiale dell’odierno Gebel Musa con il Monte Sinai della Bibbia data al III
secolo d.C., e anche altre ubicazioni sono ipotizzate. Il mitico Monte
Kaf sarebbe nella tradizione araba la montagna cosmica che domina il mondo
terrestre, definita anche la madre di tutte le montagne. Tutte le montagne
sarebbero legate ad essa attraverso ramificazioni sotterranee, e quando Dio
vuole distruggere una terra qualunque, ordinerebbe semplicemente ad una di
queste vene di muoversi, scatenando un terremoto. Se il Monte Kaf non esistesse
la terra tremerebbe costantemente, e nessuna creatura potrebbe viverci. Il Kaf,
polo e centro del mondo, di colore verde smeraldo e con la base di puro
smeraldo, costituirebbe il limite fra il mondo visibile e quello invisibile. In
Tibet il Monte Kailash, una delle cime più alte dell’Himalaya, vicino
alle sorgenti del Gange, è venerato e meta di pellegrinaggio per Hindu, Jains,
Buddisti e seguaci del Bon, la religione shamanica pre-Buddista. Il Kailash
viene identificato col mitologico Monte Meru, l’asse attorno al quale è
centrato l’universo nonchè l’ombelico del mondo. Le sue radici affonderebbero
nell’Inferno. Per gli Hindu sarebbe la residenza di Shiva, che vive sulla sua
sommità. Il pellegrinaggio al Monte Kailash prevede anche la circumambulazione
del monte stesso, che può impegnare da tre giorni fino a diverse settimane. La
cupola dei templi indiani è spesso intesa rappresentare la forma del monte
sacro. Uno degli aspetti naturali di maggior rilievo delle montagne è che queste
forniscono l’acqua: da esse nascono i fiumi e su di esse si scatenano i
temporali. Per questo talvolta i monti stessi sono identificati con divinità
della pioggia. Ayer’r Rock, Uluru in lingua aborigena, simbolo di
fertilità, rappresenta l’enorme Serpente Arcobaleno dei regni dello spirito,
disceso sulla Terra da un arcobaleno. Gli Aborigeni credono che là sotto ci sia
una cavità dove ci sarebbe la sorgente di energia che chiamano Tjukurpa, il
Tempo del Sogno o Tempo della Creazione, quando vivevano gli eroi ancestrali.
Questi esseri ancestrali, giganti semi-umani dalla forma di uomini, piante o
aminali, sorti da pozze d’acqua della terra, avrebbero formato il mondo con le
loro attività. L’area attorno ad Ayer’s Rock sarebbe abitata da dozzine di loro.
Di solito è una particolare caratteristica fisica in questi luoghi che
rappresenta sia l’attività dei creatori che la presenza vivente del
Tjukurpa.
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Fig. 3: Uluru (Ayer’r Rock) è un enorme monolite di arenaria rossa, di oltre 9 km di circonferenza, e che si innalza 345 m sulla circostante pianura desertica nel centro dell’Australia. Le molte sorgenti attorno alla sua base forniscono una riserva preziosissima per la gente del luogo. Ogni fessura, caverna, rientranza, protuberanza e striatura della sua superficie ha un suo significato. Alla sua base vi sono luoghi sacri separati per gli uomini e per le donne, quello femminile dedicato ai parti. | |
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Fig. 4: Lo Sri Pada (= Sacre Orme), noto anche come Picco di Adamo (2243 m), nelle giungle dell’Isola di Sri Lanka, è sacro per i fedeli di quattro delle principali religioni del mondo, Hinduismo, Buddismo, Islam e Cristianità, e precedentemente già sacro per le popolazioni aborigene locali, i Vedda. Deve il suo nome al fatto che sulla sua vetta si troverebbero delle orme gigantesche impresse nella roccia. Visitato anche da antichi viaggiatori come Marco Polo e Ibn Batuta, il Picco è ancora meta di numerosi pellegrinaggi. Sulla sua vetta si trova un piccolo Santuario che preserva la strana impronta. L’acqua piovana raccolta dall’orma è ritenuta avere miracolose proprietà curative. Per gli Hindu il monte si chiama Sivan Adi Padham, perchè sarebbe stata la danza di Shiva della creazione del mondo a lasciare l’orma. Secondo tradizioni Buddiste risalenti al 300 aC, l’orma vera, lasciata da Buddha durante la terza ed ultima delle sue leggendarie visite in Sri Lanka, si troverebbe al di sotto della pietra con l’impronta più grande, e sarebbe impressa su di un enorme zaffiro. I Portoghesi che giunsero sull’isola nel XVI secolo dichiararono invece che quella doveva essere l’orma di San Tommaso, che per primo avrebbe portato il Cristianesimo sull’Isola. Per gli Arabi infine sarebbe l’impronta di dove Adamo sarebbe stato per mille anni ritto su di un piede solo in punizione per il peccato originale. Dio lo avrebbe posto la per acclimatarsi al mondo dopo la cacciata dall’Eden, dato che quello sarebbe il luogo più vicino e più simile al paradiso. Quest’ultima connotazione del Picco compare anche in una leggenda originaria del luogo che dice che “da Seyllan al Paradiso ci sono quaranta miglia, e il suono delle fontane del Paradiso si può sentire da lì”. | |
L’aspetto soprannaturale delle montagne risulta ancora più accentuato quando si tratta di vulcani. Anche questi vengono considerati dimora di dei o demoni, ma a differenza delle montagne, dove gli dei abitano le vette, qui gli esseri soprannaturali abitano al loro interno, e per questo i crateri vulcanici venivano considerati l’ingresso all’altro mondo. E’ noto che presso le civiltà precolombiane, polinesiane e indocinesi le divinità vulcaniche venivano propiziate con sacrifici umani. Il vulcano Kilauea (Hawai), impostato sul fianco del più grande Manua Loa, viene identificato con la dea dei vulcani Pele, figlia della Dea Terra Haumea, o con la sua dimora. Le eruzioni sarebbero causate da Pele nei suoi frequenti momenti di rabbia, e i terremoti dal suo pestare i piedi. Il Monte Fuji (Fuji-yama) oltre ad essere la dimora degli dei era considerato la loro stessa incarnazione, e al tempo stesso ritenuto la porta di accesso all’aldilà. Originariamente sacro agli Anu, gli abitanti aborigeni del Giappone è oggi il principale luogo sacro degli Shintoisti, sacro alla dea Segngen-Sama il cui tempio si trova sulla cima. Deriva il suo nome dalla dea Buddista del fuoco, Fuchi, ed è meta di pellegrinaggio. Anche nel romanzo di Giulio Verne Viaggio al centro della Terra il viaggio inizia entrando dal cratere del vulcano islandese Sneffels.
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Fig. 5: Il mito più famoso e studiato associato a un’eruzione vulcanica è la scomparsa di Atlantide. Il mito è riportato da Platone che ubica l’isola ad ovest delle colonne d’Ercole (lo Stretto di Gibilterra), e per il quale gli eventi sarebbero occorsi circa 9000 anni prima del suo tempo (circa 9500 a.C.). Da sempre per la localizzazione e per la fine della leggendaria Atlantide sono state proposte le più svariate interpretazioni. L’ipotesi più documentata e accreditata pone il mito in relazione alla esplosione del vulcano dell’isola di Santorini, nell’Egeo. Questa è stata riconosciuta dai geologi come una supereruzione e datata al 1628/7 a.C. L’epoca coinciderebbe con la fine della civiltà Minoica. Tuttavia, in mancanza di una evidenza conclusiva, le ipotesi per quanto convincenti rimangono nel campo speculativo. Alcuni pensano che anche le famose piaghe d'Egitto descritte nella Bibbia siano unaa conseguenza dell'eruzione del vulcano di Santorini. Un'altra ipotesi riguarda la fuga dall'Egitto permessa dal ritiro delle acque del mar Rosso che potrebbe essere stata una conseguenza del maremoto provocato dallo stesso evento. | |
Per i Greci l’Etna era la dimora del dio del fuoco Efesto. I Romani consideravano invece l’Isola di Vulcano come il camino della fucina del dio Vulcano, che forgiava i fulmini per Giove e le armi per Marte. Proprio da questo derivò, alla fine del Medioevo, il nome geologico delle montagne di lava. Le eruzioni erano considerate la manifestazione dell’attività del dio. Più tardi, i Normanni importarono in Sicilia i racconti del ciclo di Artù, dicendo che proprio qui il Re sarebbe entrato nell’oltretomba, dove aspetterebbe sospeso fra la vita e la morte di tornare sulla terra. L’Etna divenne allora il regno fatato dove viveva Morgana e dove i suoi incantesimi avevano intrappolato Re Artù. Il fenomeno del miraggio sullo stretto di Messina, per il quale le case di Messina viste da Reggio Calabria sembrano galleggiare nell’aria, prende proprio il nome di Morgana. Si dice che allora i fianchi dell’Etna siano diventati trasparenti e consentano di vedere fra le nebbie il regno incantato ed il palazzo della fata al loro interno.
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Fig. 6: Il mito greco narra che sotto l’Etna Zeus avrebbe schiacciato il mostruoso Tifone durante la lotta fra gli dei ed i giganti, scagliandogli addosso il monte. L’indistruttibile titano ne sarebbe così rimasto imprigionato al di sotto, e continuerebbe a scuotersi e vomitare fiamme, provocando terremoti ed eruzioni. Tifone, generato da Gea ed il Tartaro, sarebbe stato così terrificante che inizialmente gli dei stessi fuggirono davanti a lui. La storia ha molte varianti: Tifone starebbe sotto l’Etna secondo alcuni, sotto tutta la Sicilia in altre versioni, sotto l’intera area vulcanica Tirrena, dall’Etna ad Ischia in altre es. Pindaro ed Eschilo), o ancora sotto l’isola di Ischia. Secondo altre versioni sarebbe invece il gigante Encelado ad essere stato schiacciato da Atena al disotto dell’Etna. |
Numerose leggende sono similmente legate ai Campi Flegrei, dal Vesuvio ad Ischia. Il mito principale li identifica con il campo di battaglia della gigantomachia, la lotta fra dei e giganti, e sarebbero il luogo di sepoltura dei giganti sconfitti, dalle cui piaghe si leverebbero le eruzioni di acqua e fuoco. Tifone starebbe sotto Ischia ed il gigante Mimante sotto la vicina Procida. Petronio Arbitro, nel Satyricon, descrive le Terme di Pozzuoli come “un luogo posto nel fondo di un abisso cavo, bagnato dalle acque del Cocito”. Strabone definisce la Solfatara “forum Vulcani”, ossia la piazza di Vulcano, anticamera del mondo sotterraneo. Ancora in un documento del 1634 Capaccio scrive della Solfatara: ”se vorrete vedere l’Inferno, andate a Pozzuolo; el Purgatorio, là medesimo, e dimandate ai padri Cappuccini che vi hanno fatto il convento con quante occasioni sentono e veggono diavoli”. Ma il luogo mitologico per eccellenza dei Campi Flegrei era il Lago Averno, da sempre luogo sacro e meta di pellegrinaggi. Ospitava importanti sorgenti termali e numerose fumarole, e deve il suo nome proprio a queste esalazioni mefitiche che ne allontanavano gli uccelli, tanto da essere chiamato dai greci Aornos (= privo di uccelli), da cui Averno. Era consacrato alle divinità infernali e considerato l'ingresso all'Ade. Demetra e Persefone, identificate dai Romani con Cerere e Proserpina, erano le principali divinità del Lago. Le sue sorgenti termali erano considerate le acuqe infernali dello Stige. Anche Annibale lo visitò, nel 209 a.C., per compiervi sacrifici. Vi si trovava la grotta della famosa Sibilla Cumana, che indicò ad Enea l’Averno come accesso al regno dei morti per incontrarsi con l'ombra del padre Anchise. Cicerone racconta che presso l’oracolo dei morti del Lago Averno si facevano “sorgere dal seno delle tenebre le ombre dei morti”. Anche la nekya (evocazione dei mortia scopo oracolare) di Ulisse descritta nel libro XI dell’Odissea si sarebbe svolta secondo alcune tradizioni sulle rive del Lago Averno. La presenza di caverne scavate nel tufo ha alimentato le leggende intorno ai Cimmeri, mitica popolazione che viveva in antri sotterranei dai quali usciva solo di notte. Una tradizione cristiana riportata da Pietro da Eboli nel XIII secolo citava il Lago Averno, e più precisamente i Bagni di Tripergole sulle sue rive, come quella bocca dell’Inferno dalla quale Cristo avrebbe effettuato la sua discesa agli Inferi, la cosiddetta “Porta Christi”. Una notte di Settembre del 1538 le potenze del mondo sotterraneo utilizzarono questa stessa porta per emergere improvvisamente in superficie. Una spettacolare eruzione in soli otto giorni formò un vulcano alto 140 metri: il Monte Nuovo. L’eruzione fu preceduta da due anni di scosse telluriche sempre più forti e frequenti, tanto da far crollare le case anche a Pozzuoli. E iniziò con un vistoso rigonfiamento del terreno (7 metri) proprio nell’area di Tripergole “tra lago di Lago Averno, Monte Barbaro e il mare”. Per tutto il giorno “il mare si ritirò per quasi 200 passi”. Poi, il 29 Settembre, il rigonfiamento sprofondò, aprendo un cratere eruttivo che emise pietre cenere e lapilli L’attività eruttiva, le cui ceneri arrivarono fino al Vallo di Diano e in Calabria, si concluse il 6 Ottobre. Le descrizioni contemporanee indicano proprio i Bagni di Tripergole come il luogo dove si aprì la bocca eruttiva: “[29 Sett.] circa una hora di notte [...] cominciarono a vedersi in quel luogo, ch’è tra il sudatoio et Tre Pergule, certe fiamme di foco le quali cominciaro dal detto Sudatoio et andavano verso tre Pergole. Et ivi fermatosi cioè in quella valletta ch’è tra monte Barbaro et quel monticello che si denomina dal Pericolo, per la quale valletta s’andava al lago Averno et alli bagni in brieve spacio el fuoco pigliò tanta forza che nella medesma notte eruppe nel medesmo luogo la terra, et eruttò tanta copia di cenere et di saxi pomicei mischiati con acqua che coperse tutto quel paese”.
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Fig. 7: Il Monte Nuovo, alto 140 metri e con un diametro di più di 1 km, si creò in soli 8 giorni (29 settembre - 6 ottobre) nel 1538 con una spettacolare eruzione. Il villaggio di Tripergole scomparve, completamente sepolto dall’eruzione assieme a molte ville e impianti termali vicini. L'evento, l’unica eruzione avvenuta in epoca storica nei Flegrei (eccetto un’eruzione della Solfatara avvenuta forse nel 1100 d.C.), vissuto da molti come manifestazione di ira divina, fu osservato anche da diverse persone come fenomeno naturale e ci sono giunte diverse descrizioni che consentono di valutarlo nella sua estensione e nei suoi effetti. Dietro al Monte Nuovo si vedono il Lago Lucrino (sul mare) ed il Lago Averno: “Facilis descensus Averni: noctes atque dies / papet atri ianua Ditis” (“Facile è la discesa all’Averno: notte e giorno la porta del tetro Dite sta aperta”, Eneide, Libro VI, 237-8). |
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Fig. 8: In una leggenda degli Indiani Klamath, della costa pacifica del nordovest, si può riconoscere una violenta eruzione del Mount Mazama (Oregon), il vulcano sul quale è impostato il Crater Lake. Lao, il dio del Mondo di Sotto, stava nel Monte Mazama, mentre Skell, dio del Mondo di Sopra, stava sul Monte Shasta (California del Nord) un centinaio di miglia distante dal primo. I due vennero in conflitto per l’amore di una donna Indiana. Lao emerse furioso emettendo fumo e lanciando rocce infiammate che uccisero molti uomini nella valle. Si narra che quattro saggi si recarono coraggiosamente nelle orribili regioni di Lao offrendosi in sacrificio, e non tornarono più. Alla fine Lao, sconfitto, ricadde dentro al Monte Mazama e non fu più visto. Nel punto in cui sprofondò nel Mondo di Sotto rimase un enorme buco. Col tempo la pioggia spense gli ultimi fuochi di Lao, ed il foro si riempì d’acqua formando l’odierno Crater Lake. In tempi storici il lago era tabù, ed era proibito guardarlo e parlarne. Oggi si sa che il lago occupa una caldera vulcanica formatasi circa 6800 anni fa, e ci sono in effetti evidenze archeologiche che attestano la presenza umana nell’area all’epoca del cataclisma. |
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Fig. 9: Una leggenda Maori racconta che un tempo sul Monte Tarawera, Nuova Zelanda, viveva un essere soprannaturale, Tamaohoi, un demone divoratore di uomini che assaliva i viaggiatori. Questo era stato imprigionato in una voragine nella montagna dal gran sacerdote Ngatoroirangi, un antenato del tempo delle origini. Ngatoroirangi era un grande esploratore e un giorno andò all’interno nella regione del Tarawera. Assalito dal terribile Tamaohoi, Ngatoroirangi lo combattè con le sue arti sciamaniche e lo sprofondò in una profonda voragine, imprigionandolo dentro la montagna. Tamaohoi rimase intrappolato nel monte dormendo per molti secoli, finchè il Tarawera eruttò nel 1886, distruggendo il villaggio di Te Ariki. Alcuni ritengono che l’eruzione fosse la furia di Tamaohoi per essere rimasto prigioniero così a lungo, altri ritengono che sia stato chiamato a punire le popolazioni locali la cui morale era declinata sotto l’influenza dell’uomo bianco. |
Un diverso tipo
di fuoco che si sprigiona dalla terra può essere originato dalla combustione
spontanea di idrocarburi o ligniti, come nel caso della cosiddetta “fiamma
eterna”, a Kirkuk in Iraq, dove emissioni di idrocarburi bruciano
ininterrottamente da tempo immemorabile, o nella cosiddetta Valle dell’Inferno,
in Cina, dove permane una estesa ed inestinguibile combustione delle ligniti.
Tali fenomeni sono all’origine di molte leggende.
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Fig. 10: Presso l’antica città di Olympos (Turchia), il mito ubica la lotta fra Bellerofronte e la Chimera, la famosa dragonessa a tre teste che sputava fuoco. Nota col nome di Yanartas (= montagna ardente) qui si trova infatti una emissione naturale di metano, veicolata dal sistema di faglie attive della costa di Antalya, che brucia ininterrottamente da oltre duemila anni. Numerose fiammelle fuoriescono dalle fessure della roccia, ed essendo visibili anche dal mare fu utilizzata in passato anche come faro naturale. La leggenda la interpreta come la lingua di fuoco della Chimera, unica traccia rimasta di questo indistruttibile mostro ucciso dall’eroe greco Bellerofronte a cavallo dell’alato Pegaso. |
Il cratere del
vulcano Nyos (Cameroun) è occupato da un lago dal quale nel 1986 si
verificò una micidiale eruzione di gas (CO2) che uccise più di 1700 persone
negli insediamenti nelle sue vicinanze. Una nuvola di gas denso si sprigionò dal
lago coprendo l’intera area con uno spessore di varie decine di metri e
defluendo nelle vallate facendo vittime fino ad una distanza di 25 km a valle.
Le acque del lago, solitamente chiare, si arrossarono e divennero fortemente
agitate. Testimoni che si trovavano in zone alte descrivono un forte rumore e
lampi di luce al di sopra del lago. Due anni prima una simile emissione di gas
letale si era verificata nel Lago Monoun, un vulcano vicino al Nyos, facendo 37
vittime. Entrambi i vulcani sono ritenuti ormai spenti. L’origine di questo
disastro sembra essere dovuta ad una “eruzione limnica”, dovuta alla presenza di
CO2 di origine vulcanica disciolta in grandi quantità nell’acqua del lago (fino
a 5 volte il volume d’acqua del lago stesso) e stratificata in profondità. Una
piccola perturbazione di questo precario equilibrio avrebbe causato l’improvviso
degassamento dell’acqua e l’emissione della nube tossica. Le vittime furono però
quasi esclusivamente stranieri immigrati. Gli indigeni infatti si tenevano
lontani dal lago per via di una leggenda locale secondo la quale “il lago
uccide”.
Le grotte naturali sono state fin dal Paleolitico i primi luoghi di culto, spesso decorate con pitture rupestri, e compaiono di frequente in storie mitologiche e religiose. Per la loro posizione all’interno della terra, le grotte venivano identificate come il grembo di Madre Terra, e associate con la nascita e la rigenerazione. Il neoplatonista Porfirio (234-305 dC) spiega che prima che esistessero i templi i riti religiosi greci avvenivano nelle grotte. I templi sarebbero quindi grotte artificiali. La cella, o naos, di un tempio classico non aveva infatti finestre, e l’entrata forniva l’unica fonte di luce. Le porte venivano aperte in cerimonie religiose, quando per il loro orientamento la luce del sole poteva penetrare lo spazio altrimenti buio dell’interno, come accade ad Abu Simbel o Newgrange). Oltre alle grotte naturali, anche grotte artificiali scavate in montagne o pareti rocciose erano sacre, e spesso anche la montagna stessa era artificiale, come nel caso delle piramidi o dei i tumuli funerari.
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Fig. 11a: Le piramidi, sacre montagne artificiali, riassumevano in se i tre mondi: radicate in terra salivano al cielo, mentre le camere sepolcrali al loro interno esprimevano l’oltretomba. |
Fig. 11b: La forma dei templi preistorici di Malta era espressamente intesa rappresentare il corpo della Dea Madre. |
Zeus fu
allevato in una grotta sul Monte Ida, o sul Monte Dikte secondo altri, a
Creta. Entrambe le grotte, scavate nel XX secolo, sono risultate
contenere numerose offerte votive. La grotta Coricia, sul parnaso sopra a
Delfi, era sacra alle ninfe e al dio Pan. I riti associati alla Dea Madre
Frigia, Cibele, erano tenuti in grotte. Maometto riceve la sua prima rivelazione
del Corano all’interno di una grotta sul Monte Hira. In Grecia,
sull’isola di Patmos, si trova la Grotta della Rivelazione, nella
quale S. Giovanni, discepolo di Gesù esiliato sull’isola, avrebbe scritto
l’Apocalisse trascrivendo una serie di messaggi oracolari che provenivano da una
piccola fessura nella roccia delle pareti della grotta. Le grotte di Ayer’s Rock
(Australia) sono sacre e loro pareti sono ricoperte di pitture rupestri che
vengono conservate ritracciandole di generazione in generazione. Gli Aborigeni
parlano anche di una grotta nelle Blue Mountains, la cui ubicazione
esatta è ignota, così grande e profonda che la chiamano un mondo sotterraneo. Vi
si entrerebbe da una grande frattura di una parete rocciosa. La grotta di
Elephanta (India) è considerata la casa di Shiva. E’ il centro e la più
importante di tutti i templi Hindu di Shiva. Assieme a quelle di Ellora e di
Alyanta è una delle più importanti grotte sacre indiane. Al suo interno si trova
il sacro monolite del Linga, considerato anche il fallo di Shiva.
Spesso particolari significati vengono attribuiti a forme del paesaggio o aspetti singolari dei luoghi. Popocatepetl (la Montagna Fumante, 5452 m) e Ixtaccihuatl (la Dama Bianca, 5286 m) sono vulcani adiacenti al limite sud della Valle di Città del Messico. Gli Aztechi dicevano che i due vulcani fossero antichi amanti che non potevano sopportare di stare lontani l’uno dall’altro. Il profilo di Ixtaccihuatl ricorda una donna sdraiata. Popocatepetl (= “Montagna Fumante”, un nome Azteco) è uno stratovulcano andesitico-dacitico che si eleva di 4200 m sul bacino circostante, impostatosi su un precedente vulcano formato da porfiriti e andesiti che ancora spunta dal fianco del suo cono recente, altrimenti di forma quasi perfetta. L’ultima fase eruttiva è durata dal 1995 al 1997. Ixtaccihuatl sembra invece aver ormai terminato la sua attività. Ci sono molte versioni della storia del loro amore. Molti anni prima della conquista spagnola gli Imperatori Aztechi che vivevano a Tenochtitlan, l’odierna Città del Messico, ebbero una bellissima figlia, che chiamarono Ixtaccihuatl. Itza, futura imperatrice degli Aztechi, era amata da tutti. Da grande si innamorò di un capitano della tribù chiamato Popoca. Un giorno scoppiò la guerra, e l’imperatore disse a Popoca che se avesse vinto avrebbe sposato sua figlia. Dopo molti mesi di combattimento, un guerriero che odiava Popoca mandò un falso messaggio dicendo che l’esercito aveva vinto la guerra, ma che Popoca era morto in battaglia. Quando Izta lo seppe pianse a lungo e si lasciò morire di tristezza. Popoca tornò quando si preparava il funerale di Izta. Disperato prese il corpo di Izta e salì sulle montagne dove depose il corpo sopra una tavola funeraria piena di fiori. Quindi le si inginocchiò accanto per vegliarla con una torcia in mano, morendo anche lui di tristezza. Gli dei, toccati, trasformarono i due in grandi vulcani. Il più grande è Popocatépetl, ed il fumo che ogni tanto emette mostra che sta ancora vegliando su Iztaccihuatl, che dorme al suo fianco.
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Fig. 12: Ixtaccihuatl (la Dama Bianca, 5286 m), circa 60 km a sud-est di Città del Messico. I nomi delle sue vette riflettono la sua associazione col profilo di una donna sdraiata: Cabeza (testa), Pecho (petto), Rodillas (ginocchia) e Pies (piedi). Il vulcano si è evoluto in due fasi. Fra 900 000 e 600 000 anni fa si è formato un vulcano a scudo con caldera sommitale ed eruzioni sui fianchi. In seguito si sono avute principalmente colate laviche e materiali piroclastici eruttati dalla vetta, terminate circa 80 000 anni fa. |
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Fig. 13: La veridicità del racconto biblico della trasformazione della Moglie di Lot in statua di Sale, e della sua effettiva conservazione fino ai tempi moderni, ha costituito uno dei punti di attrito fra naturalisti e teologi non solo nel Medioevo, ma fino a tutto il XVII secolo. Pilastri rocciosi o salini vengono ancora indicati ai turisti come la moglie di Lot. Simili miti di trasformazione in rocce, pietre e montagne è in verità un tema ricorrente in tutte le mitologie, inteso a dare spiegazione di aspetti del paesaggio particolarmente singolari ed insoliti. |
La venerazione
di rocce e pietre sacre (litolatria) rappresenta una delle più diffuse ed
antiche forme di religione. Per la sua stabilità e incorruttibilità le pietre
hanno simboleggiato la divinità, e sono citate di frequente nei testi religiosi.
Secondo Pausania (7, 24, 4), che descrive trenta pietre squadrate presso una
sorgente sacra a Hermes a Pharae, in Grecia, “Nei tempi antichi i Greci
adoravano pietre non lavorate invece di immagini”. Analogamente, l’antica
religione dei nomadi delle tribù semitiche della Siria e dell’Arabia era
particolarmente rivolta al culto delle pietre sacre, e la pietra sacra era una
caratteristica fondamentale degli antichi luoghi di culto. Ogni tribù aveva la
sua pietra sacra custodita nella propria Kaba, che venerava baciandola e
girandovi attorno. Il termine kaba (=cubo) indicava proprio le strutture addette
ad ospitare le pietre sacre. Il significato originale delle pietre sacre è ben
illustrato nel Vecchio Testamento, nel racconto della visione di Giacobbe a
Beth-el (Gen. 28, 18): Gioacobbe ebbe il sogno profetico della scala
percorsa dagli angeli e della rivelazione del destino che Dio riservava alla sua
discendenza, dormendo con la testa su di una pietra. Al suo risveglio esclamò
“Sicuramente Dio è in questo luogo”, e rese un’offerta alla pietra ungendola con
l’olio. Il termine “Beth-el”, letteralmente “casa di Dio”, fu poi assimilato da
Greci e Romani nella forma “baetulus”, da cui deriva il termine “betilo”
che indica appunto tali pietre sacre. Inizialmente i betili erano semplici
pietre grezze non lavorate, ma col tempo divennero anche pietre lavorate,
pilastri e colonne ai quali veniva attribuito anche un nome e che talvolta
venivano dotate anche di effigie e attributi umani, come i pilastri dell’antica
Grecia dotati di testa e fallo. Allo stesso modo i famosi monoliti scolpiti
dell’Isola di Pasqua (originariamente Te-Pito-O-Te Henua = “il centro,
l’ombelico, del mondo”) venivano ritenuti ospitare il sacro mana, la magica
energia spirituale del mondo. Menhir, dolmen, e gli stessi obelischi sono
espressioni di tale credenza religiosa. I betili venivano venerati cospargendole
con olio o col sangue dei sacrifici. L’altare e la pietra sacra originariamente
coincidevano. Si riteneva che attraverso il baciare, toccare o strofinare
l’oggetto sacro si ottenessero benedizioni, e alle pietre erano anche attribuite
speciali proprietà curative. In occidente la venerazione delle pietre fu
espressamente proibita dal Concilio di Nantes, nel VII secolo, ma permane ancora
oggi sotto diverse forme, non solo nelle pratiche
popolari.
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Fig. 14a: LIn Inghilterra alcuni menir forati erano reputati particolarmente dotati di proprietà curative. Il passaggio attraverso il foro rappresentava la forma più efficace di ottenerne benefici. Per questo vigeva ancora alla fine nell’ottocento l’uso di far passare varie volte i bambini attraverso tali fori per curarli di particolari affezioni, come si vede rappresentato in una incisione del 1870 (Tolvan Stone, Cornovaglia). |
Fig. 14b: La Pagoda di Kyaik Hti Yo (Kyaiktiyo) costruita sulla Roccia Dorata, uno dei più antichi e famosi luoghi sacri del Buddismo e meta di speciali pellegrinaggi, si dice sia stata costruita come reliquiario da un eremita per conservare un capello datogli dallo stesso Buddha, più di 2400 anni fa. La Roccia Dorata, alta circa 5 metri, si trova in equilibrio precario sul bordo di un costone roccioso, e sarebbe proprio la virtù di quel capello a evitare la sua caduta. I pellegrini maschi possono applicano foglietti d’oro sulla roccia in segno di venerazione. |
La Lia Fail chiamata Pietra del Destino o Pietra dell’Incoronazione si trovava incastonata sin dal 1996 nel Trono delle Incoronazioni nell’Abbazia di Westminister. Il Trono fu costruito nel 1301 appositamente per contenerla, e da allora ogni re o regina inglese è stato incoronato sedendo sul trono sopra a questa pietra. Secondo la leggenda la pietra sarebbe proprio la stessa pietra usata come cuscino da Giacobbe a Beth-El. Precedentemente conservata nel Tempio di Gerusalemme per le incoronazioni dei Re di Giudea, sarebbe giunta dopo molte vicissitudini in Irlanda nel IV secolo aC, dove sarebbe stata benedetta da San Patrizio ed usata nelle incoronazioni dei Re d’Irlanda fino al 850 d.C., quando la capitale del regno fu spostata in Scozia. Usata per le incoronazioni dei Re di Scozia, la pietra fu portata a Londra da Re Edward I nel 1296 a seguito dell’invasione della Scozia. Si diceva che potese identificare un regnante legittimo emettendo un forte grido. Alcune leggende narrano che la pietra sottratta nel 1296 sia stata in realtà una copia, mentre l’originale non avrebbe mai lasciato la Scozia. La sua restituzione alla Scozia, promessa fin dal 1328, è stata effettuata solo nel 1996.
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Fig. 15a: La Lia Fail è detta anche Pietra di Scone perchè era conservata nel Palazzo di Scone (Perthshire). La Pietra del Destino, uno dei quattro tesori d’Irlanda posseduti dai mitici Tuatha De Danaan, si sarebbe trovata al centro della sacra Collina di Tara dove venivano incoronati I Re d’Irlanda. L’incoronazione avveniva tramite il matrimonio con la Dea Medb. Kenneth I, 36° Re d’Irlanda spostò poi la sua capitale dall’Irlanda a Scone, centro sacro dei Picti. La pietra, spostata successivamente varie volte, usata anche sull’Isola di Iona, tornò poi a Scone fino al 1296. 34 successivi Re di Scozia, e tutti i successivi re di Inghilterra (ad eccezione di Maria I), furono incoronati sedendovi sopra. E’ stata usata per l’ultima volta per la cerimonia formale d’incoronazione della Regina Elisabetta II, nel 1953. Si tratta di un blocco di arenaria (Old Red Sandstone) che proverrebbe non lontano da Oban (Scozia). | |
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Fig. 15b: La cupola dorata della moschea di Gerusalemme, la Kubbat as-Sakhra (= Cupola della Roccia), occupante il sito dell’antico Tempio di Salomone, fu costruito nel 691 per preservare un sacro affioramento roccioso al centro del santuario. Secondo la tradizione Islamica questa pietra (‘as-Sakhra’ = la roccia), terzo fra i luoghi sacri dell’Islam dopo la Mecca e la Medina, sarebbe il luogo dal quale Maometto, al termine del suo mistico viaggio notturno, sarebbe salito al cielo su di una scala dorata alla presenza di Allah. Alcuni segni sulla superficie della roccia sarebbero stati interpretati come le orme dei piedi del profeta. Al di sotto della Roccia, in una cripta a forma di grotta detta Bir-el-Arweh, il Pozzo delle Anime, secondo antiche tradizioni talvolta si potevano udire le voci dei morti e il rumore dei fiumi del paradiso. Nella tradizione Ebraica questa roccia, sulla quale sarebbe stata poggiata un tempo l’arca dell’alleanza, sarebbe la 'Even Hashetiyah' (la Pietra della Fondazione), la fondazione simbolica sulla quale il mondo fu creato, e segnerebbe il centro del mondo. Il primo raggio di luce ad illuminare il mondo sarebbe uscito di lì. La Roccia sarebbe anche il luogo (M. Moriah) dove Abramo avrebbe condotto Isacco per essere sacrificato. Secondo altre tradizioni sarebbe quello il luogo dove Giacobbe ebbe il sogno della scala che saliva al cielo percorsa dagli angeli. Nella tradizione Cristiana il luogo, corrispondente all’antico Tempio di Gerusalemme, sarebbe generalmente ritenuto sacro per le sue associazioni con la vita del Cristo (la disputa con i dottori, la cacciata dei mercanti). Esistono però anche altre tradizioni, molto diffuse nei primi secoli del cristianesimo e del medioevo, che identificano la Roccia col luogo nel quale Gesù in piedi avrebbe subito il giudizio di Pilato, lasciando impresse nella in quella roccia le orme dei suoi piedi, venerate dai pellegrini. | |
Una credenza dei nativi americani mostra una particolare coincidenza fra
concetto mitologico e geologico. Taku-Shkan-Shkan
era, per gli Indiani Dakota (Minnesota, USA) e per altre tribù, lo “spirito del movimento”, spirito supremo
visibile solo nel colore azzurro del cielo. Potrebbe sembrare paradossale che si
ubicasse la sua dimora entro enormi massi del peso di svariate tonnellate, ma i
Dakota ritenevano che questo spirito risiedesse entro particolari macigni che
possedevano il potere della locomozione, o che fossero mossi da forze
soprannaturali. Spesso queste rocce sacre erano massi granitici arrotondati, che
noi sappiamo oggi trasportati dai ghiacciai in epoca glaciale sin da molto
lontano. Probabilmente colpivano proprio per la loro natura manifestamente
diversa dalla geologia locale. Oggi i geologi chiamano queste particolari rocce
col nome tecnico di “massi erratici”, ovvero massi vaganti, che non si discosta
poi molto dalle credenze dei Dakota. Anche Took-kan, o Inyan, il “dio-pietra” o
“spirito della Terra” era ritenuto abitare in particolari rocce. Queste rocce
sacre non erano considerate degli idoli pagani, ma come manifestazioni tangibili
della essenza spirituale, “Dei solidi”. Una maniera di venerarli era quella di
dipingerli periodicamente di rosso, lasciandovi delle offerte e danzandovi
attorno con canti e preghiere. Spesso si usava antropizzarli dipingendovi i
lineamenti di un volto.
Sulla terra i crateri di impatto sono numerosi. E’ facile intuire come le meteoriti, pietre piovute incandescenti dal cielo in una vampata di luce, siano state considerate oggetti particolarmente sacri. Molti ricercatori ritengono ad esempio che all’origine del mito greco di Fetonte vi sia la caduta di un grosso meteorite. Fetonte, figlio del sole, chiese ed ottenne di guidare il carro del sole, ma perse il controllo dei focosi cavalli che presero a puntare sulla Terra, tanto che le foreste e i campi si incendiarono, i fiumi e le sorgenti evaporarono. Zeus, ascoltando i lamenti provenienti dalla terra, fulminò Fetonte che, in fiamme, precipitò sulla Terra, nel mitologico fiume Eridano. Miti di simile contenuto sono presenti in molte culture (Sud America, Egitto, Asia, Oceania). Vi sono molte segnalazioni di pietre sacre cadute dal cielo. Nel tempio di Artemide ad Efeso si venerava la dea nell’immagine di una pietra che si diceva caduta dal cielo. Il Palladio di Troia, rappresentazione della dea Atena, si diceva anch’esso caduto dal cielo. Analogamente in Asia Minore era famosa la pietra nera di Pessinunte (Anatolia centrale), anch’essa detta una meteorite, considerata una materializzazione della dea Cibele, la Grande Dea Madre Frigia. Su consiglio dell’Oracolo di Delfi questa pietra fu trasportata con un’imponente processione a Roma all’inizio del III° secolo aC (c. 204 aC) e posta sul Palatino nel tempio delle Vittorie. Le tribù dei Clackamas, Oregon, veneravano il meteorite Willamette, uno dei più grandi meteoriti ferrosi conosciuti, immergendo le punte di freccia e di lancia nell’acqua veniva contenuta nelle larghe cavità del meteorite, convinti che questo rituale assicurasse il successo in caccia. Simili storie sono descritte in Goenlandia, Tibet, India, Mongolia, Australia. Il ferro di simili meteoriti veniva usato per fabbricare coltelli e armi sacre, usate nelle cerimonie. Analoghi coltelli cerimoniali ricavati da ferro meteorico sono stati rinvenuti in tombe dei faraoni egizi, in santuari della Mesopotamia, e in tombe di capi Atzechi, Maya e Inca. Coltelli rituali (kris) fatti di ferro meteoritico sono tutt’oggi passati di generazione in generazione a Bali e in altre parti dell’Indonesia.
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Fig. 16: Varie tribù del Nord America veneravano pezzi del meteorite di ferro che ha creato il famoso Meteor Crater in Arizona, caduto circa 49.000 anni fa. Reperti archeologici documentano che tali frammenti venivano commerciati fino in Messico già prima dell’arrivo di Colombo. Alcune leggende indiane spiegavano la sua origine raccontando gli antenati avrebbero visto un carro infuocato cadere dal cielo e penetrare nel suolo dove c’è il cratere, chiamato Canyon Diablo. | |
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Fig. 17: Eliogabalo, prima di diventare imperatore di Roma nel AD 219, era gran sacerdote della pietra nera del famoso tempio di Emesa, in Fenicia (sinistra). Questa, una pietra conica che si diceva caduta dal cielo in quel luogo, era il più sacro oggetto del culto del dio sole siriano El-Gabal (da cui il nome dell’Imperatore) e veniva ritenuta una sua incarnazione. Trasferitosi a Roma portò la pietra nera con sé e costruì un tempio del sole sul Palatino per ospitarla e continuare il suo ufficio di sacerdote, con grande scandalo dei Romani. Una volta all’anno la pietra era portata in solenne processione su di una quadriga per le strade della città, che per l’occasione venivano coperte di petali di fiori e polvere d’oro (destra). | |
La più famosa meteorite sacra (ammesso che lo sia effettivamente) è senza dubbio la Pietra Nera della Mecca. La tradizione vuole che sia una speciale meteorite divina, che predaterebbe la creazione, caduta dal paradiso al momento del peccato originale. Andata perduta, fu poi riscoperta da Hagar, la schiava di Abramo, scavando un pozzo per dissetare il figlio Ismaele, e che l’Arcangelo Gabriele aiutò a recuperarla. Si dice che in origine fosse stata chiara, e così brillante che avrebbe illuinato tutto il mondo. Secondo altre tradizioni questa pietra sarebbe l’unico pezzo rimasto del tempio originario costruito da Abramo. Fino ad oggi non è stato possibile analizzare in dettaglio la pietra nera, ma è possibile che si tratti di un frammento piuttosto grande di un’impattite simile a quella detta perla nera di Wabar, un vetro da impatto dei recenti crateri meteorici di Wabar, scoperti nel 1923 nel Sud dell’Arabia su indicazioni di una guida che conosceva una tradizione locale sulla distruzione dell’antica città di Qariya: “Da Qariya il sole cade sulla città;/ Non biasimare la guida che oggi la cerca invano,/ perchè che il Potere Distruttivo l’ha abbattuta,/ senza lasciare nè un grembiule di cotone nè un abito di seta”.
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Fig. 18: La Pietra Nera della Mecca (Alhajar Al-Aswad) è inglobata nell’angolo sudorientale della Ka’ba, attorno alla quale i pellegrini compiono ritualmente sette giri in senso antiorario, una pratica che fa riferimento al culto degli astri (i sette pianeti dell’antichità). La stessa pietra nera sembra essere stata oggetto di venerazione anche prima di Maometto, ritenuta caduta dalla luna. |
Residui della considerazione soprannaturale data ai meteoriti permangono
ancora nella tradizione di esprimere di un desiderio alla vista di una stella
cadente.
In occidente il dibattito sulla natura dei fossili ha costituito uno dei
principali terreni di scontro fra teologi e naturalisti, perdurato fino al XIX
secolo. Ciò era dovuto al fatto che le scoperte della paleontologia mettevano in
crisi dogmi fondamentali della Bibbia quali la genesi e l’età della Terra. La
visione ortodossa iniziale si rifaceva fondamentalmente a due concezioni: una
considerava i fossili come di origine inorganica rifacendosi essenzialmente alle
teorie di Aristotele (384-322 a.C.) e in seguito di Avicenna (980-1037), o
liquidandoli semplicemente come “scherzi di natura”; l’altra, seguendo
l’opinione di Tertulliano (155-222 d.C.), li considerava come resti del diluvio
universale. La vera natura dei fossili era tuttavia già stata intuita da alcuni
filosofi greci, come Senofone di Colofone e Pitagora (VI secolo a.C.) o Erodoto
(IV secolo a.C.), ma era ricaduta nell’oblio con l’oscurantismo medievale. Anche
Leonardo da Vinci (1452-1519) ne comprese chiaramente la natura, ma i sui
scritti sull’argomento furono riscoperti solo tre secoli dopo la sua scomparsa.
Prima di arrivare alla loro comprensione, in tutto il mondo fiorirono le più
fantasiose leggende sulle loro origini. Le ammoniti devono il loro nome
al fatto di essere state ritenute a causa dell’arrotolamento del loro guscio
“corni di ammone”, il dio egizio figurato sotto forma di ariete. Venivano
utilizzate dai maghi per provocare visioni durante il sonno. Nel medioevo
venivano interpretate come serpenti arrotolati, con la coda al centro e privi di
testa. Per perpetuare la leggenda i commercianti ricostruivano loro la testa
prima di venderle. I denti di squalo fossili erano, secondo Plinio il
Vecchio, lingue pietrificate cadute dal cielo durante un’eclissi di luna, e per
questo le chiamava glossopetra, “lingue di pietra”, nome che hanno conservato
fino al XVII secolo. In Siberia i rinvenimenti dei mammut hanno
alimentato la leggenda dell’esistenza di un grosso topo della taglia di un
bufalo, che vive sottoterra scavando buchi. I raggi del sole o della luna
potrebbero essergli fatali, ed i suoi spostamenti sarebbero la causa dei
terremoti. In molti luoghi il rinvenimento di grandi ossa fossili o impronte di
dinosauri ha indotto la credenza nell’esistenza di draghi e giganti. Il mito dei
ciclopi, abitatori delle isole della Sicilia, viene fatta risalire ai
ritrovamenti di crani fossili di elefanti nani, il cui foro centrale della
proboscide è stato interpretato come l’unica orbita oculare di una razza di
giganti. L’esistenza dell’unicorno era avvalorata dai rinvenimenti di
zanne di elefante fossili e dall’importazione di denti di narvalo da paesi
lontani. In Cina alcuni fossili di animali preistorici, detti ossa di drago e
ritenuti dotati di particolari poteri, vengono polverizzati e usati come
medicinali.
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Fig. 19: Un famoso drago, la cui leggenda risale al XII secolo, era quello che si riteneva avesse abitato una grotta alle pendici del castello di Cracovia. Una costola di mammut e la parte superiore di un cranio fossile di rinoceronte ritrovati nelle vicinanze, ritenuti resti del drago, sono esposti fin dal XV secolo sopra l’ingresso della Cattedrale. |
Le credenze sulle pietre preziose sono un tema che richiederebbe di per se un trattazione a parte. Qui citiamo solo brevemente che proprio per le loro particolari caratteristiche erano ritenute dotate di speciali poteri, e venivano per questo utilizzate a scopo magico e non solo come ornamento nelle cerimonie, indossate come amuleti contro gli influssi maligni o impiegate a scopi curativi. L’ossidiana, ad esempio, proprio per la sua caratteristica di essere tagliente, e quindi oltre ad essere utile era capace anche di portare la morte, veniva considerata sacra ed usata nelle cerimonie come coltello sacrificale. Spesso ciò che ne determinava principalmente la natura magica, più che la composizione mineralogica, era il colore, come nel caso dell’ametista. Questa era associata al vino, e quindi a Dioniso. Il dio del vino, infuriato perché i mortali si rifiutavano di condividere i suoi doni del vino e dell’ebrezza, si voleva vendicare su di una fanciulla di nome Ametista, pura e non usa all’ubriachezza, mentre si accingeva a venerare la dea Diana. Dioniso avrebbe chiamato due tigri affinché la divorassero, e si accingeva a godersi la scena sorseggiando il suo vino. Diana, accortasi di quello che stava per accadere, avrebbe trasformato la vergine in una pura e scintillante pietra bianca, il quarzo. Dioniso pentitosi e piangente per la sorte della ragazza, avrebbe rovesciato il calice, ed il vino bagnato dalle lacrime del dio sarebbe scorso sulla pietra che ne assorbì il colore. Il suo nome ametista deriva dal greco, col significato di non ebbro o intossicato, e si riteneva che potesse curare dall’alcolismo e proteggere dall’ubriachezza. Per la caratteristica di mancare della proprietà ottica del ‘fuoco’ si credeva anche placare le passioni, per cui era usata per fare rosari e coppe.
Anche l’acqua, nelle sue varie manifestazioni, rientra fra quegli aspetti geologici con forti connessioni mitologiche. L’acqua è l’elemento primordiale in quasi tutti i miti della creazione. Innumerevoli sono le sorgenti, pozzi, fiumi e laghi sacri, venerati in passato con altari e con l’offerta di sacrifici, una ritualità che si conserva ancora, oltre che nelle varie riconversioni religiose, anche nell’abitudine di gettare monete nelle fontane per buon auspicio o per la realizzazione di un desiderio. Una speciale sacralità veniva poi attribuita a quelle fonti ritenute dotate di proprietà curative.
Di per se le
fonti d’acqua venivano comprensibilmente guardate con venerazione, ed erano
ritenute luogo di residenza di ninfe o di spiriti della fertilità, quando non
considerate divinità esse stesse. Un esempio rappresentativo è il Cenote
Sagrado della città Maya di Chichén Itzá (che significa letteralmente
“Bocca del Pozzo”), in Messico. E’ proprio alla presenza di questa sorgente che
si deve la nascita della città in questo luogo. Nella cultura Chichen Maya si
supponeva che qui vivesse il dio della pioggia, Chac, e aveva costante bisogno
di essere gratificato con l’offerta di bambini e vergini per dispensare la
pioggia, specialmente in periodi di siccità. Usato all’inizio principalmente per
l’acqua, il cenote di Chichen Itza assunse dopo l’invasione dei Toltechi
soprattutto una importanza rituale. Da una piattaforma vicino all’altare
venivano gettati nel Cenote sia oggetti che creature viventi, uomini inclusi.
Animali e esseri umani venivano gettati vivi e con le mani legate. Si riteneva
che gli uomini non morissero nel sacrificio, ma che passassero nell’altro mondo.
Se la vittima non affogava rapidamente, veniva tirata fuori dal pozzo pensando
che gli dei dovessero avergli dato qualche messaggio per la comunità, e non
poteva essere sacrificato di nuovo. Gli oggetti sacrificali erano sia di legno
che di argilla, oro, rame e giada. Spesso si trattava di figurine di idoli, ma
anche oggetti preziosi, alcuni dei quali rappresentanti scene del sacrificio
stesso.
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Fig. 20: I cenotes , pozzi naturali nel calcare creati dallo sprofondamento della volta di una grotta carsica, entro i quali affiora il livello fratico, sono comuni nello Yucatan settentrionale, dove spesso sono le uniche fonti d’acqua. Il Pozzo Sacro di Chichén Itza, quello a nord della città, è un pozzo di forma circolare, approssimativamente largo 70 metri e profondo 28, con uno spessore d’acqua di circa 12 metri. |
Le sorgenti idrotermali venivano spesso sfruttate a scopi terapeutici, per cui si attribuiva una sacralità alle loro acque. Secondo una leggenda di Ischia, Venere riuscì ad ammansire Tifone, che si scuoteva sotto l’isola creando terremoti ed eruzioni, e fece si che le sue calde lacrime si trasformassero in sorgenti di acque portentose capaci di guarire ogni male. Altre volte invece il loro aspetto tetro e la frequente associazione con emissioni di gas spesso tossici, faceva si che venissero considerate infestate da demoni o draghi, o che fossero dedicate agli dei dell’oltretomba e viste come punti di comunicazione col mondo sotterraneo. Specialmente se si trattava di gas inodori ed incolori, come il caso frequente di emissione di CO2, gli effetti erano facilmente attribuiti alla presenza di qualche divinità. Un caso famoso dell’antichità era quello del Plutonium di Hierapolis di Frigia, in Turchia, presso l’odierna Pamukkale famosa per i suoi spettacolari depositi di travertino. Questo era un famoso santuario di Plutone e Cibele, ed era conosciuto per le dimostrazioni che i sacerdoti davano della speciale protezione concessa loro dalla dea. Nell’antro sacro, una grotta artificiale scavata nella roccia, venivano immessi animali di vario tipo per essere sacrificati, dagli uccelli a possenti tori, e tutti morivano in poco tempo. I sacerdoti poi mostravano come loro risultassero immuni dall’effetto mortale del luogo. Il fenomeno, noto a tutti gli storici dell’epoca, era famoso in tutto il mondo classico. Il luogo è ancora oggi chiuso al pubblico per motivi di sicurezza. Analogamente, la Grotta del Cane nei Campi Flegrei, una grotta artificiale presso il Lago di Agnano (bonificato nel 1870) conosciuta fin dai tempi dei Romani, fino al XX secolo ha rappresentato una grande attrazione per i viaggiatori. Veniva usata per mostrare gli effetti dell’anidride carbonica la guida introduceva un cane nella grotta e ve lo tratteneva in modo che la testa stesse a meno di 30 cm di altezza dal suolo fino a quando, in poco tempo, la bestia perdeva i sensi. In entranbi i casi il fenomeno è dovuto alla presenza di CO2 che, più pesante dell’aria, satura solo la parte bassa della grotta cosicché l’uomo non ne risente mentre gli animali ne vengono soffocati. Anche le sorgenti rosse per la mineralizzazione in ossidi di ferro hanno quasi sempre un mito che ne spiega il colore particolare, in generale riferito al sangue. A Jaffa (Joppa), in Israele, una sorgente del genere era detta aver assunto la sua colorazione dopo che Perseo vi si era lavato dopo l’uccisione del drago marino al quale stava per essere sacrificata Andromeda (Pausania), e lo scheletro del mostro veniva mostrato in città.
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Fig. 21: La sorgente rossa del Chalice Well, presso Glastonbury (Gran Bretagna), avrebbe assunto il suo colore dopo che Giuseppe d’Arimatea avrebbe gettato nel vicino pozzo il Sacro Graal contenente il sangue di Cristo, ed è stata a lungo ritenuta dotata di miracolosi poteri curativi. Si dice anche che in questo luogo, in passato un santuario druidico, vi sia la porta sull’aldilà dalla quale Re Artù sarebbe entrato nell’oltretomba. |
Anche i fiumi, come le sorgenti, devono la loro rilevanza mitologica al loro aspetto di portatori di vita. Il Gange è considerato sacro perchè prenderebbe origine dal mondo spirituale e perchè toccherebbe il piede di Vamanadeva, incarnazione di Vishnu. Per gli Hindu incarna l’acqua della vita, e bagnarvisi purifica dai peccati. Il Gange incontrava i fiumi Yamuna e Saraswati (attualmente scomparso) ad Allahabad, uno dei luoghi più sacri del pianeta dove ogni 12 anni si celebra il grande festival religioso Kumbha Mela. Secondo alcune leggende, illustrate nel santuario di Elephanta, il Gange è considerato la moglie di Shiva. Il fiume Yamuna, è conosciuto anche come la Regina consorte di Shri Krishna (ottava incarnazione di Vishnu). Il fiume Saraswati era ritenuto una creazione mitologica, ma recenti immagini da satellite hanno mostrato che è scomparso in un corso sotterraneo molti secoli fa. Secondo la scieza yogi, il tre fiumi corrispondono alle tre sono le principali nadi, o arterie, del corpo di energia dell’uomo. Anche l’Indo, il fiume Sindhu, è sacro. Ha origine nel Lago Manasarovar, in Tibet, ed è considerato divino e ritenuto l’origine della civilizzazione Indiana. Al Nilo è associato uno dei miti Egizi più famosi. Nella mitologia egizia la dea del cielo Nut sposò segretamente il dio della Terra Geb. Il dio sole Ra allora maledisse Nut, condannandola alla sterilità in tutti i dodici mesi dell’anno. Tutti i giorni appartenevano al dio sole Ra, ma giocando ai dadi il dio Thoth vinse a Ra cinque giorni, sottraendoli così al suo incantesimo. In quei giorni Nut potè avere cinque figli. Uno di loro, Osiride, sposò la sorella, Iside, e si impossessò del trono terrestre del padre. Più tardi Seth, fratello di Osiride, lo uccise e squartò il corpo di osiride in 14 pezzi, che sparpagliò in giro. Iside riuscì a ritrovare 13 delle 14 parti, e pregò Ra di riportarlo in vita. Il quattordicesimo pezzo rimase nel Nilo, conferendogli così il suo potere fertilizzante. Ogni anno, alla fine dell’alluvione del Nilo, la terra sommersa riemerge come piccole collinette di sabbia, che gli Egizi interpretavano come una ripetizione del tempo della creazione. Il Nilo Blu è il fiume più sacro dell’Etiopia in quanto si origina dal Lago Tana. Il Tana, il più grande lago Etiope, ospita 37 isole, sulle quali si trovano numerose chiese e monasteri, alcuni dei quali risalgono al XIII secolo.
Le grandi e misteriose estensioni dei laghi rappresentano anch’esse luoghi particolari ritenuti sacri nel passato. Molti racconti mostrano che i laghi erano considerati luoghi dove il contatto con l’aldilà era possibile. Laghi sacri e piscine sacre erano situati attorno a molti templi dell’antico Egitto, per permettere ai sacerdoti ed ai fedeli di purificarsi prima di partecipare ai riti religiosi. Ignorandone spesso il fondo, i laghi sono stati spesso considerati possibili accessi all’aldilà. Così è stato interpretato, presso il Lago di Neuchatel in Svizzera, dove, presso il sito di La Thene, sono stati rinvenuti oggetti votivi gettati nel lago. Ai piedi della Montagne Saint Michel, nei Monti d’Arrée, si trova una vasta palude torbosa chiamata Yeun-Ellez. Una leggenda bretone vi aveva situato lo “Youdig”, una voragine che formava l’entrata dell’Inferno, dove un gigantesco cane nero portava le anime dei dannati. Così come il Lago Averno nei Campi Flegrei, anche il Lago di Pilato, sui Monti Sibillini, era famoso nel medioevo in quanto ritenuto abitato da demoni (la cui presenza sarebbe stata responsabile delle sue sensibili fluttuazioni di livello) e considerato una bocca dell’Ade. Ad insolite manifestazioni di attività nei laghi si deve anche la credenza nella presenza di mostri lacustri. Nell’arcipelago delle Filippine, sulle Isole Calamian, sull’Isola di Coron vi sono numerosi laghi di acqua dolce considerati sacri dalla tribù dei Tagbanuas. In uno di questi, il Lago di Kaiangan, la leggenda narra che viva una enorme piovra, e gli indigeni inizialmente proibivano le immersioni nel lago per timore che il mostro che abitava i suoi fondali potesse attaccare. L’esplorazione subacquea ha poi rivelato che sul fondo del lago vi sono risalite di acque bollenti, con fiotti anche impetuosi, anche se di solito non se ne rileva la presenza sulla superficie. Nella stessa area anche un altro lago, il Barracuda Lake, è ritenuto abitato da un mostro, un enorme barracuda rimasto intrappolato nel lago dopo che un terremoto ne avrebbe tagliato il canale che una volta lo metteva in comunicazione col mare.
Il ritrovamento di conchiglie fossili sulle montagne da sempre ha dato origine e sostenuto in quasi tutte le culture l’idea che un diluvio universale ne avesse sommerso le cime. Il tema del diluvio universale è infatti uno dei più diffusi, e in genere è collegato col tema delle origini dell’uomo. Narrazioni mitologiche di un grande diluvio sono presenti quasi in tutto il mondo, con più di 500 leggende di grandi alluvioni su circa 750 culture. La mitologia contemporanea tende a interpretare queste coincidenze come tracce dell’esistenza di un’antica civiltà diffusa su tutta la terra, molto progredita e con possibili implicazioni extraterrestri, scomparsa poi in seguito a cataclismi universali. Il diluvio viene quasi sempre visto come tentativo di distruzione divina della razza umana per migliorarla. Nell’area Mediterranea la narrazione più antica sembra essere quella descritta nella Epica di Gilgamesh, scritta in caratteri cuneiformi su tavolette di argilla a Babilonia (1800 aC) e che sembra risalire ai tempi dei Sumeri (3000 aC). Alcuni riconducono a questa leggenda il più famoso racconto biblico del diluvio di Noè (Gen., 7:11-12). Si accettava generalmente che la storia facesse riferimento a grandi alluvioni fluviali della pianura mesopotamica. Nel 1997 fu invece proposta una nuova interpretazione, basata su evidenze di archeologia sottomarina e stratigrafia dei sedimenti, che invocava il rapido alluvionamento del bacino del Mar Nero per l’ingresso del mare dallo stretto del Bosforo, intorno al 5600 a.C. La rapida risalita del livello del mare (di circa 150 m) avrebbe causato la migrazione di quelle popolazioni che vivevano sulle sue coste. L’estensione dell’evento avrebbe dato origine al mito del diluvio universale. Una interpretazione alternativa a questa propone invece che l’ingressione marina del Golfo Persico nella bassa piana mesopotamica dovuta alla fine dell’ultima glaciazione potrebbe aver colpito uno dei centri della prima espansione umana, culla dell’agricoltura. Nonostante le diverse interpretazioni date, sembra però che fra i ricercatori si vada delineando una convergenza almeno verso un fenomeno che potrebbe essere stato all’origine del mito, e cioè un cambiamento climatico a scala globale. La difficoltà insita nell’interpretazione di questo mito sta però proprio nella sua estrema diffusione geografica, che rende quasi impossibile il discernimento fra un evento globale e possibili eventi locali.
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Fig. 22: Sotto l’azione degli sforzi tettonici la crosta terrestre tende a fratturarsi. A seconda del movimento relativo dei due blocchi separati dalla rottura (faglia) si parla di faglia normale, faglia inversa o faglia trascorrente. I terremoti si originano quando lo sforzo accumulato sulla faglia induce uno scatto del movimento, cioè una rottura lungo il piano della faglia. L’energia rilasciata al momento di questa rottura nel punto iniziale (ipocentro) si traduce in onde sismiche. La traccia delle principali faglie attive è generalmente riconoscibile in superficie. |
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Fig. 23: Il racconto biblico della distruzione di Sodoma e Gomorra (Genesi, 19, 1-30) e del crollo delle mura di Gerico (Giosuè, 6, 20-21) sono fra i più famosi esempi di codificazione mitologica di eventi geologici. La distruzione di queste città è da attribuirsi a forti terremoti generati dalla faglia del Mar Morto, sulla quale erano ubicate. |
Moltissime culture spiegano i terremoti come il risultato del movimento
di giganteschi esseri sotterranei. In India, gli Hindu credevano che la
terra fosse sostenuta da quattro (o otto) possenti elefanti, che stanno sulla
schiena di una tartaruga, che sta in equilibrio su di un cobra. Quando uno di
questi animali si muove la terra trema. Secondo un altro mito Hindu, i terremoti
sarebbero causati dal gigantesco serpente Naga Pahoho, che vive sotto l’oceano
primordiale sul quale il dio Batara Guru crea la terra gettando manciate di
polvere. Naga Pahoho cerca, scuotendosi, di impedire la formazione della terra
allontanadola, e crea così le montagne. Nelle Isole Fiji, il dio più
importante era Degei, che era considerato un enorme serpente che viveva
in una grotta del picco più settentrionale della catena delle Kauvadra. Tuoni e
terremoti erano attribuiti ai suoi movimenti all’interno della grotta. I miti
nordici associano i terremoti alla punizione del dio Loki, incatenato ad una
rupe nel regno sotterraneo con sopra un enorme serpente che gli fa gocciolare
veleno sulla faccia. La moglie pietosa raccoglie il veleno con un vaso, ma
quando il vaso è pieno e deve allontanarsi per vuotarlo, allora il veleno cade
su Loki, che scuotendosi per il tremendo dolore fa tremare la terra. Una
leggenda Hindu narra che Ravana, invulnerabile re dei demoni dotato di
dieci teste e venti braccia, dichiarò guerra agli dei. Offeso dal fatto che
Shiva e Parvati facevano l’amore sulla montagna sacra, o infuriato per essere
stato ingannato da Shiva in altre versioni, cominciò ad innalzare e a scuotere
la montagna Kailasa., Shiva lo spinse giù semplicemente appoggiandoci sopra
l’alluce, inchiodando così Ravana al di sotto del monte. In Giappone, un
pescegatto gigante, il Namazu, vivrebbe sotto la terra. Il dio Kashima,
protettore dai terremoti, impedirebbe le sue convulsioni tenendogli la testa
schiacciata sotto una grande roccia magica, ma non appena abbassa la guardia il
namazu si agita scuotendo la terra.
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Fig. 24: La narrazione Hindu del Re dei demoni, Ravana, inchiodato da Shiva sotto al Monte Kailiash (in figura rappresentato nel bassorilievo della grotta 16 di Ellora) mostra uno stretto parallelismo sia col mito di Tifone schiacciato sotto l’Etna che con la suggestiva rappresentazione giapponese della lotta fra Kashima e il Namazu. | |
Anche le
relazioni più propriamente storiche sui terremoti non sono mai state del tutto
libere dal senso soprannaturale dell’evento, e d’altronde la codificazione in
termini religiosi di fenomeni naturali risulta a volte essere stata operata in
maniera cosciente. Molti miti e leggende sui terremoti sono invece così
realistici che sembrano riportare espressamente osservazioni naturali fatte
dalla gente del luogo. Il mito degli gli Indiani Vaqueros della
California messicana, secondo cui il dio El Diablo farebbe dall’interno
giganteschi strappi nella terra per poter uscire più facilmente assieme alle sue
coorti, trova ad esempio corrispondenza nella osservazione delle frequenti
rotture locali del terreno lungo la faglia di San Andreas in occasione di forti
terremoti. Gli Indiani Gabrielino, del sud della California, spiegano i
terremoti con un mito più articolato, che non si discosta poi di molto dalla
moderna concezione tettonica. Dicono che la terra è portata sulla schiena da
otto tartarughe divise in due file, delle quali una fila cominciò a nuotare
verso est, mentre le altre verso ovest, cosicchè ta terra tremò spaccandosi con
un forte rumore. Le tartarughe non poterono proseguire a lungo per via del peso
che portavano, ma di tanto in tanto tornano a muoversi, provocando i terremoti.
Talvolta alcune fonti leggendarie sono poi così dettagliate da consentire di
riconoscere sul terreno precisi riscontri di quanto descritto nei racconti. Un
chiaro esempio è dato dalla profezia biblica di Zaccaria (Zaccaria, 14,
4-5): “In quel giorno i suoi piedi si poseranno sopra il monte degli Ulivi che
sta di fronte a Gerusalemme verso oriente, e il monte degli Ulivi si fenderà in
due, da oriente a occidente, formando una valle molto profonda; una metà del
monte si ritirerà verso settentrione e l'altra verso mezzogiorno. Sarà ostruita
la valle fra i monti, poiché la nuova valle fra i monti giungerà fino ad Asal;
sarà ostruita come fu ostruita durante il terremoto, avvenuto al tempo di Ozia
re di Giuda”. Quetsa descrive in pratica un evento di fagliazione specificandone
anche il movimento relativo di trascorrenza destra dei due blocchi,
perfettamente coincidente con la cinematica della faglia del Mar Morto, sulla
quale si trova il sito indicato nella profezia. L’interpretazione delle origini
geologiche è quindi facilitata per quei miti che hanno un preciso aggancio col
territorio, ad esempio riferiti a luoghi specifici, e nei quali la relazione con
la geologia sia chiaramente espressa e verificabile sul terreno. Proprio dallo
studio dei terremoti, e in particolare dalla ricerca di testimonianze di passati
eventi di fagliazione superficiale cosismica, emergono risultati di notevole
interesse per l’interpretazione delle origini geologiche della mitologia. Va
premesso che è la convergenza di due principali concause che fa si che solo oggi
si possa giungere ad interpretazioni attendibili. In primo luogo va sottolineato
che la nozione stessa di faglia attiva e di fagliazione superficiale sono
concetti solo recentemente acquisiti dalla geologia. In secondo luogo, solo
nell’ultimo secolo sono stati condotti diffusamente accurati scavi archeologici
che hanno riportato alla luce i luoghi di ambientazione dei miti. In alcuni siti
archeologici, come ad esempio presso il Tempio di Ercole Curino
(Sulmona), si osserva il posizionamento dell’area sacra e del tempio stesso
esattamente a cavallo della traccia di una faglia attiva. Sorge quindi il dubbio
che proprio il verificarsi di particolari fenomeni naturali lungo la traccia di
faglie attive che si siano rotte nel passato possa aver fatto ritenere sacri
particolari luoghi.
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Fig. 25: Esistono ancora oggi santuari dedicati espressamente alla venerazione di particolari spaccature che la leggenda vuole create da grandi terremoti, come il Santuario della Montagna Spaccata, presso Gaeta, che preserva quella che viene indicata come una delle spaccature della terra a seguito del terremoto avvenuto alla morte di Cristo (n.2 in fig.). Qui sembra però appianato che la dedicazione sia stata solo manieristica e posteriore al mille “E Gesù, avendo di nuovo gridato con gran voce, rese lo spirito. Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo; la terra tremò e le rocce si spaccarono”. (Matteo, 27, 50-51). |
Lo studio delle origini geologiche dei miti è un campo estremamente interdisciplinare. E’ necessaria la conoscenza del quadro storico e culturale dell’epoca e della complessità del mito, dell’archeologia locale, del fenomeno naturale in questione e della geologia dei luoghi di ambientazione. In questi studi non si dispone di tecniche standard, e ogni caso va valutato a sé. In genere si ottengono risultati chiari solo per alcuni casi fortunati dove le relazioni con la geologia sono chiaramente espresse e dove vi sono precisi ancoraggi col territorio e con l’archeologia locale riscontrabili ancora oggi. E’ necessario risalire quanto più possibile alle fonti originarie, valutandole criticamente, ed il quadro completo del mito deve essere ricavato integrando tutti gli spezzoni di informazione contenuti nelle diverse versioni del mito (incluse le fonti iconografiche) con i dati geologici. Per verificare la fondatezza delle ipotesi sull’influenza dei fenomeni geologici nello sviluppo dei miti è chiaramente impossibile ricorrere a evidenze sperimentali, ma resta tuttavia possibile ricorrere ad evidenze di analisi comparativa. Qui di seguito illustreremo alcuni casi specifici (Delfi, Monte Sant’Angelo, Loch Ness), collegati da uno stesso motivo di fondo, cioè il fatto che questi miti sono originati su punti particolari di faglie attive. Il posizionamento di luoghi sacri al di sopra delle tracce di faglie attive non sembra d’altronde essere un fenomeno isolato, limitato a pochi casi fortuiti. Esistono numerosi casi analoghi, e sembra quindi che questa sia stata in realtà una modalità di elezione dei luoghi sacri abbastanza diffusa nell’antichità (Piccardi, 2000b e 2001b).
Il caso più eclatante che illustra la venerazione di fenomeni geologici è quello dell’antico Santuario di Delfi, il millenario Oracolo di Apollo. Delfi, ombelico del mondo, il più famoso luogo di culto dell’antichità, doveva la sua fama alla ben radicata convinzione dei contemporanei che il luogo ospitasse da tempo immemorabile una voragine nella terra dalla quale esalavano vapori che inducevano l’estasi e invasavano la profetessa, la Pizia, con lo spirito della divinità: della Terra all’inizio e di Apollo in seguito. L’esistenza di tale voragine è stata oggetto di dibattito fra i filosofi del tempo fino in epoca paleocristiana, e la sua la ricerca è stata uno degli obbiettivi primari degli scavi archeologici iniziati nel 1891. Si cercava una voragine, un crepaccio, una larga fessura nella roccia, ma niente di simile fu riscontrato. D’altronde, si disse, non essendo Delfi una regione vulcanica, è improbabile che vi siano emissioni di gas (Pake e Wormell, 1956). Da allora la famosa voragine della Terra, lo “stomion”, fu quindi bollata come invenzione mitologica. Lo stesso mito agli occhi di un geologo assume invece tutt’un altro aspetto. Guardando Delfi che si estende sulla traccia della grande faglia attiva che borda le pendici del Monte Parnaso (2457 m), e la cui scarpata di faglia conserva chiare tracce di passati eventi di fagliazione superficiale, la possibilità che in quel luogo sia esistita una voragine nella terra esalante gas appare quasi scontata, tanto più se relazionata ai terremoti. E’ infatti assieme a Poseidone, lo “scuotiterra”, che Gea regnava sulla sua voragine oracolare. Ed è in seguito al terremoto scatenato dai sussulti agonizzanti della dragonessa guardiana del luogo (in seguito Pitone) colpita da Apollo, dal cadavere dell’immane serpente-drago, che Delfi acquista il suo nome originario: Pito (= putrefatto, in greco). Alcuni dicevano che il drago vivesse nella voragine stessa, altri che vi fu lasciato da Apollo ad imputridire. Leggende locali minori, tramandateci da Pausania, descrivevano inoltre voragini che si sarebbero aperte nella terra e che avrebbero inghiottito il tempio dell’Oracolo non molto prima del VII secolo aC. Per un geologo che conosca la faglia attiva di Delfi, la descrizione di un grande terremoto e di una voragine nella terra esalante gas solforosi (H2S, l’odore della putrefazione) e anidride carbonica (CO2, l’ebbrezza della profetessa) in un tale ambiente tettonico è del tutto verosimile. Potrebbe risultare addirittura scontata, se non fosse che proprio su questo si è basato uno dei più importanti miti del passato, un santuario che ha influenzato la storia per quasi 2000 anni e che era diventato il forziere del Mediterraneo. Lo studio dei dati archeologici e la comparazione con l’evoluzione di altri santuari speciali di questo rilievo, sembra confermare questa interpretazione (Piccardi, 2000a)
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| Fig. 26: Cartine del sito del tempio di Delfi con le caratteritiche geologiche della zona |
Un paio di esempi aiutano a capire meglio quanto avvenuto a Delfi. Presso il lago Albano (Roma), un paio di anni fa avvenivano curiosi assembramenti di giovani che richiamarono l’attenzione non solo della stampa, ma anche delle forze dell’ordine. I ragazzi confluivano infatti qui per sniffare dei gas che scaturivano da una vecchia sorgente e che provocavano effetti inebrianti. Le emissioni gassose della zona sono principalmente H2S, CO2, e Rn (Pizzino e Quattrocchi, 1999) e la descrizione data da una di queste moderne Pizie interrogato sul posto dai carabinieri sembra confermare che proprio di quelli si trattasse: “me sembra de stà alle Terme di Saturnia [H2S], solo che me gira un po’ la testa [CO2]. Tutto qui marescià” (Valentini, 2000). Poco lontano, a Terracina, si trova il Tempio di Giove Anxurus, un tempio oracolare dove i responsi venivano dati osservando il comportamento di foglie che venivano soffiate da un vento che scaturiva da una fessura in uno sperone roccioso. Lo sperone roccioso venne preservato intatto nonostante la radicale ristrutturazione degli inizi del I sec. AC, ed è ancora osservabile. La situazione sembrerebbe la stessa di Delfi, se non che gli scavi hanno messo in luce che al di sotto della fessura era stata scavata una camera artificiale, presumibilmente utilizzata per le funzioni dell’oracolo. In questo caso quindi la sacralità dei della fessura era dunque solo un’attribuzione manieristica, ma testimonia tuttavia dell’esistenza di una diffusa credenza popolare in simili manifestazioni.
Anche in Italia esiste un caso importante di una simile associazione fra un famoso luogo sacro e la locale faglia attiva: quello dell’apparizione dell’Arcangelo Michele sul Gargano, tradizionalmente datata alla fine del V sec. Il santuario costruito nel V-VI sec. sul luogo ritenuto dell’apparizione (Monte Sant’Angelo), ha successivamente svolto un ruolo cruciale come propulsore della conversione dell’Europa pagana, divenendo una delle principali mete di pellegrinaggio (Carletti e Otranto, 1994). La figura altamente sincretica dell’Arcangelo guerriero, vincitore del dragone, ha infatti facilitato la conversione sia dei miti greco-romani che di quelli nordici. Le origini geologiche del santuario sono dichiarate nella leggenda stessa, che descrive a chiare lettere un forte terremoto associato all’apparizione, ed il successivo rinvenimento di particolari tracce nella roccia nella zona epicentrale.
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Fig. 27: Area epicentrale del terremoto di Mattinata 10 Agosto 1893 (I=VII, Me=5.4) "Presso il casino Fandette si osserva una fenditura nel terreno parallela alla facciata della casa: essa é diretta prossimamente SEE-NWW, e la si scorge benissimo per il dislivello esistente fra i suoi due labbri: interessa la casa istessa ...". "… frattura, la quale verso SE l'ho scorta ancora profonda metri 2 circa, larga 15 centimetri, che prosegue fino a mare passando per un luogo ove si notò pure franamento di roccie" (Baratta, 1893). |
Va notato che
la dizione latina “immenso tremore” del testo originale viene tradotto nelle
versioni ufficiali come “immenso fragore”, una traduzione assolutamente non
giustificata neanche nei dizionari di latino-medievale, che al limite associano
il termine espressamente con “terremoto”. La vivida descrizione degli effetti
del terremoto trova chiari riscontri geologici nelle evidenze di eventi di
fagliazione superficiale in prossimità del santuario lungo la traccia della
faglia di Monte Sant’Angelo (Piccardi, 1998) che fa parte del sistema di faglie
attive di Mattinata. In base alle evidenze geologiche, si può stimare
approssimativamente una magnitudo massima possibile di circa 6.7 (Piccardi, in
stampa), molto superiore cioè alla 5.4 stimata per il terremoto di Mattinata del
1893, ritenuto la massima intensità macrosismica risentita in quell’area. Il
catalogo sismico è d’altronde notoriamente incompleto, in particolare per il
periodo antecedente all’anno mille. Il terremoto riportato nella leggenda sembra
quindi essere l’unica descrizione di un evento per altro ben documentato dalle
evidenze geologiche. Il suo riconoscimento o meno come evento storico, benché
con tutti i limiti connessi ad una informazione estratta dalla tradizione orale,
viene quindi ad avere un peso decisivo per l’adeguata stima della pericolosità
sismica dell’area, anche in considerazione del lungo periodo di quiescenza della
faglia (> 1000 anni) rispetto a simili forti terremoti.
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