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Azienda USL 3 CATANIA
In collaborazione con
                       
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Associazione Italiana Danzamovimentoterapia             Association Européenne de Danse-Thérapy

                   Espressiva e Psicodinamia

 
CORSO DI FORMAZIONE
IN
DANZAMOVIMENTOTERAPIA

  

DANZAMOVIMENTOTERAPIA
E
PSICOSOMATICA

 

 

 

TESI DI DIPLOMA
DI
LUISA LA ROSA

 
       
TUTOR

        DOTTORESSA PAOLA DE VERA d’ARAGONA

 1999-2002

 

A Giulia
che ogni giorno
m’insegna
a Danzare
la Vita

 

INTRODUZIONE

 E se riuscissimo a danzare le nostre malattie anziché combatterle accanitamente ?

Se provassimo a prevenirle o ad affrontarle (quando ancora non ci hanno distrutto) riutilizzandole con il gesto, il movimento, il gioco ?

Forse qualcuno riderebbe di ciò trovando il tutto un po’ paradossale o semplicistico, ma in effetti penso che è proprio nel paradosso che si trova la possibilità di vedere il malessere, il disturbo, il sintomo non tanto come peggiore nemico da sconfiggere, quanto alleato prezioso che ci comunica qualcosa.

E allora, prima che sia troppo tardi, non sarebbe forse il servizio più importante per noi stessi, quello di scegliere una terapia efficace ed al contempo coinvolgente utilizzando la danza ?

<< La danza ? – qualcuno può chiedersi……- come posso lottare il dolore delle mia ossa, della mia cefalea, il fastidio della mia dermatite, la mia continua ansia ed i miei pensieri martellanti, usando la danza ?!>>.

Ma difatti, secondo me, non bisogna affrontare le malattie come se si trattasse d’una lotta “corpo a corpo“, quanto di ascoltare i loro messaggi danzando. Così, mentre cammino in punta di piedi o sui talloni, quando eseguo movimenti di forza o di leggerezza, mentre incontro lo sguardo il gesto di un altro essere, sento che sto raccontando me stessa, con le mie emozioni e le mie sofferenze in un dialogo fatto di rispecchiamenti e risonanze. Giocando, scopro me stessa.

E se poi la mia danza si con-fonde con un gruppo di persone che si esprimono pulsando aritmicamente all’unisono, i miei problemi sembrano alleggerirsi, diluirsi in una condivisione fatta di reciprocità ed empatie. Le mie sofferenze vanno a canalizzarsi attraverso linguaggi più creativi e vitali.

Nella danzamovimentoterapia la psiche ed il corpo dialogano, collaborandosi ed integrandosi, con dinamiche straordinarie dove non sempre il metodo analitico o logico può entrare facilmente poiché i linguaggi utilizzati sono simbolici, primari e quindi non totalmente decodificabili dalla mente. Infatti si tratta d’una tecnica che usa strumenti come il rito, la fiaba, il mito, il gioco, il gesto, la voce, il ritmo, la trance, il gruppo, elementi questi che armoniosamente combinati ne fanno una terapia capace di risvegliare il corpo e la psiche in modo piacevole ma soprattutto efficace. Toglie l’uomo disturbato e ammalato dal suo isolamento, potenzia i processi fisiologici immunitari dell’organismo, ma soprattutto offre la possibilità di operare una trasformazione benefica nel proprio stile di vita anche come prevenzione.

Danzando, la nostra normalità è messa in discussione ed il concetto di salute si espande, e dentro di noi si fanno strada nuovi interrogativi, dubbi sui confini tra malato e sano, tra paziente e terapeuta, tra società ed istituzione.

Se non sei allineato con la Vita e le sue leggi, sei ammalato !……e lo sei ancor prima che il corpo lo manifesti. E’ qui che si focalizza l’attenzione del terapeuta………in un connubio tra il mondo dello psichismo e quello delle patologie organiche quali conseguenze di conflitti che solo dopo si fanno “corpo”.

Con un sé psicosomatico possiamo anche dire che: quando il corpo manifesta uno stato patologico-malattia, la vita mi sta dicendo qualcosa.

Si potrà quindi parlare di progresso, non solo dal punto di vista strettamente sanitario, ma anche da quello dell’evoluzione umana in generale, solo quando la cultura separatista e dissociante darà il passo a quella della collaborazione reciproca, dove la differenza dei ruoli rappresenta una risorsa interattiva.

Sarebbe bello, a tal proposito, veder danzare assieme: pazienti, psicologi, medici, psichiatri e specialisti delle patologie organiche.

Vorrei offrire a chi si occupa della mente e a che cura il corpo, un’incontro di D.M.T. e non certo in due sale distinte e separate da un muro, ma uniti e vibranti a condividere lo stesso spazio e lo stesso tempo, nello stesso cerchio danzante.

Finalmente “Psiche” e “Corpo” a ri-prendersi per mano……..tornando alle origini………dove danzavano gli sciamani!

Il binomio D.M.T. e Psicosomatica può costituire una nuova applicazione della danza e del movimento come strumenti terapeutici affinché l’uomo possa canalizzare in modo sano e non distruttivo pulsioni emotive troppo intense, conflitti dell’area affettiva, pensieri mai comunicati ma fortemente presenti, incidenti, tutto per permettere all’uomo di riattivare il piacere di vivere e di esserci, riscoprendo il gusto di sentire che il proprio corpo non è solo un triste teatro di sofferenze e sfide quotidiane, ma soprattutto fonte di piacere e vitalità.

 

CAPITOLO 1°

LA DANZAMOVIMENTOTERAPIA

1.1 La danza

Prima di discutere sulla D.M.T. è importante considerare il valore della danza in sé e per sé. Quando mi riferisco ad essa non intendo quella che costringe il corpo a sequenze troppo codificate, a passaggi esclusivamente tecnici del corpo, ma a quella che permette di comunicare ed esprimere  stati d’animo ed emozioni. Per danza intendo quella che cura, che permette la canalizzazione di forze sconosciute ed intime, a dirigersi verso il gesto, il ritmo e la successione libera dei movimenti. Danza intesa come possibilità espressiva, offerta all’uomo per sentirsi unito ed in armonia con sé stesso, sia a livello psichico che somatico, con gli altri e con la natura.

Bejert, coreografo, dice a proposito:- nella danza è impegnato l’uomo nella sua totalità senza distribuzioni in parti come corpo, cuore, spirito (Garaudj: Danzare la Vita – 1985).

Per danza quindi mi riferisco a quella che si proietta verso una visione psicosomatica della vita, che permette cioè una unificazione armoniosa delle varie dimensioni umane: istintualità, affettività, intuito, logica e trascendenza.

Questo tipo di danza è intesa come modalità terapeutica e rappresenta un prezioso strumento per conoscerci e prendere consapevolezza di ciò che succede dentro di noi alfine di prevenire malesseri e somatizzazioni verso le quali ognuno di noi tende in modo naturale, oppure per affrontare quelle già in corso. Quindi non una danza “pillola” che serve a sopprimere i sintomi alleviandoli temporaneamente ma fonte delle proprie potenzialità e dei propri limiti, nonché della realtà che ci circonda. “…chi danza non ignora quello che accade”(inno gnostico del II° secolo a.C.).

E’ interessante rilevare il pensiero di Jung quando riteneva che con il linguaggio della danza l’uomo può prendere coscienza di sé e delle sue parti più nascoste: Torna, come vediamo, il tema dominante del conoscersi, che rappresenta un processo fondamentale se vogliamo orientarci a favore della nostra salute. E attraverso i nostri gesti danzati comprendiamo il simbolo che si segnala la malattia.

Inoltre, si sa, la danza ha il grande potere di unire agli altri, permette la relazione e l’incontro, funzioni queste, determinanti di una terapia di gruppo, che tenta di fare uscire il paziente dal suo solipsismo assoluto ed esclusivista. Quindi, il linguaggio simbolico del gesto avvicina ancor più di quello verbale che sembra, invece, allontanarci dagli altri, è diretto, universale, archetipico, andando oltre le ideologie e le frontiere. “…la parola divide, la danza unisce..”(Garaudj,1985).

Danzando, la malattia sembra passare su un secondo piano, e la sua forza diminuire. Quando gli sguardi s’incontrano, condividendo empaticamente tristezze o gioie, quando in un dialogo motorio, imitando l’altro, entriamo in nuove dimensioni, in nuove possibilità di essere e sentirsi, quando ancora il malessere non si è manifestato sul piano sintomatologico, la D.M.T. si propone come opportunità di prevenzione. Così attraverso la sequenzialità dei movimenti “abito il mio corpo”, posso giocare e non prendere più le mie sofferenze troppo sul serio.

“ Quando danzo, ogni mia cellula sembra partecipare.

Quando le mie emozioni si fanno “corpo”,

ho la netta sensazione d’essere danzata da una forza invisibile,

come attraversata dal piacere d’esistere.

Così, finalmente, posso essere totalmente me stessa,

rappresentando come su un palcoscenico

le mie grida o i miei sussurri,

la mia rabbia o la mia dolcezza,

il mio spirito guerriero o la mia femminilità,

la voglia di ribellarmi alla vita

o

quella di pregare ricollegandomi all’Universo….

                                                    L. la R.

1.2 – Il Movimento

Se penso al movimento, lo vedo ovunque. Anche il più immobile dei guru, nella sua meditazione estatica, pur solo respirando appena, si muove.

Il movimento è uno di quegli elementi che ci accompagnano sempre, anche di notte, al nostro interno, senza volerlo, una miriade di micro movimenti compie la sua incessante danza.

Ma quando il movimento diventa terapeutico, non può essere estremamente complice nel farci sostenere ed affrontare i nostri malanni quotidiani, i nostri malesseri. Soprattutto per le malattie psicosomatiche è comodo averlo…… “a portata di mano”.

Ma quando il movimento è veramente terapeutico ?

Tanto è stato scritto a riguardo, ma personalmente ritengo che il movimento diventa utile strumento di cura o di prevenzione, quando è emozionato, quando è carico di valenze simboliche che esprimono chi siamo, da dove proveniamo e dove vorremmo dirigerci. E’ terapeutico quando ci permette di trasformare tutto quel materiale psichico che ci rode dentro, ed alchemicamente si trasforma in energia benefica e risanatrice. Il movimento così inteso “scioglie” gli schemi mentali più rigidi ed i nodi conflittuali più imbrigliati, “coagulandoli” in nuove strutture. E’ come se la malattia perdesse terreno e la sua funzione d’essere: sembra che non ne abbiamo più bisogno, poiché possediamo una nuova impalcatura su cui costruire altri modi di affrontare la realtà.

Avviene un rinnovamento.

L’incontro con Cinzia Saccarotti, psicologa e danzaterapeuta italiana, è stato utilissimo a tal proposito: Mi riferisco ad una esperienza diretta in cui da un mio movimento abituale, stereotipato e sofferto, passavo, dopo una serie di movimenti amplificati, ad un movimento creativo libero e per me molto simbolico. Mi sono resa conto di quanto mi difendessi attraverso quel gestoautomatico, che cercava, faticosamente, di “scrollare qualcosa dalla mia testa, e soprattutto dal mio collo”. Un movimento spontaneo, che senza rendermene conto parlava di me stessa, della storia che stavo vivendo, traducendo visivamente un forte disagio. Era forse un caso che in quel periodo io soffrissi di cefalea e cervicalgia ?

E che dire di quelli cha la Saccarotti definisce movimento primitivo e movimento tecnico ? Del primo ne sto prendendo consapevolezza soprattutto in questo periodo attraverso la mia piccola Giulia che ha solo tre mesi. Mi accorgo dei suoi movimenti primari, istintivi, arcaici, quando reagisce a piccoli stimoli dall’esterno. Mi sembra d’imparare con lei, ogni giorno qualcosa di nuovo sul movimento della primissima infanzia, come se leggessi un libro affascinante e deflagratore di emozioni intensissime. Sul movimento tecnico ho avuto solo da imparare perché ho sempre trovato piuttosto noioso e doloroso l’aspetto disciplinato e strutturato dei movimenti. Mi sono dovuta ricredere, poiché ho compreso sulla mia pelle, o meglio sui miei muscoli ineducati, quanti e quali fossero i miei limiti. Da qui è partito un forte stimolo a superarli, ad usare nuovi schemi motori, impensabili per me.

Ciò, riportato in un setting ove si affrontano disturbi legati alla psicosomatica è utile strumento di lavoro. Infatti, per chi vive un’intera vita con vecchi patterns motori, è probabile che anche sul piano psichico ristagnino ancora vecchi modi di risolvere i propri problemi. E’ necessario per ciò, partendo dal corpo, pensare in modo nuovo, entrare dinamicamente in rinnovate soluzioni che portano una ventata di cambiamento.

 

 

  1.3 – La Terapia

Non sono né un medico né una psicologa. I miei studi però riguardano la musica ed il movimento (Conservatorio Musicale e Isef): apparentemente due mondi distanti dai processi della cura. Eppure, istintivamente, sapevo che sia la musica che il movimento, collaborando o meno insieme, potevano rappresentare una modalità terapeutica, anzi “una terapia espressiva” come direbbe Vincenzo Bellia. Mi sono occupata credo da sempre di terapia, non tanto per somministrarla ad altri, poiché non ne avevo i requisiti professionali, ma piuttosto per rivolgerla a me stessa. Mi sono fatta un’idea di cosa è la terapia osservando ciò che mi procurava ben-essere, salute, gioia, pienezza, voglia di esprimermi, etc……e ho raccolto una serie di dati che per la prevenzione e la presa in carico delle malattie psicosomatiche possono essere utili ed adeguati. Non considererò, chiaramente, elementi che non riguardino questa tesi.

Mi procurava uno stato di benessere:

1.       esprimere le mie emozioni attraverso la danza, il movimento e la rappresentazione teatrale;

2.       suonare uno strumento melodico o ritmico, con particolare preferenza per le percussioni;

3.      ascoltare della musica che mi com-muove, o stimolare o rilassare o che mi mette in con-tatto con parti sconosciute o inesplorate di me, facendomi sentire unita, integrata;

4.      stare con gli altri allegramente o condividendo le nostre storie, i nostri “drammi quotidiani”;

5.      cantare in polifonia (mi diverte tantissimo inventare nuovi linguaggi attraverso la voce);

6.      usare i colori costruendo mandala ben strutturati, o esprimendomi in maniera spontanea;

7.      giocare ed osservare i bambini farlo così spontanei e liberi;

8.      meditare. Fare i miei piccoli riti e trovare il modo per collegarmi alla mia Anima (meglio ancora se tutto ciò è condiviso in gruppo);

9.      rendermi tramite per gli altri contribuendo al loro benessere.

Ebbene, frequentando la Scuola di formazione D.M.T., ho ritrovato tutto questo.

Di fronte a malattie psicosomatiche la D.M.T. può fornire grosse opportunità, però è necessario dedicare spazio alla ricerca scientifica ed alle sperimentazioni. Ancora purtroppo, sono pochi coloro che utilizzano questa metodologia con soggetti psicosomatici. Personalmente ho conosciuto solo la Dottoressa Paola De Vera d’Aragona che si occupa anche di questo settore specifico attraverso la Dance Therapy. La Dottoressa sostiene che “il soggetto psicosomatico è molto controllato, non si può affrontare direttamente, pena la sua reattività”. Bisogna utilizzare quindi, prevalentemente il linguaggio analogico e la tecnica degli opposti che trova attraverso il gesto un ottimo strumento.

Se il problema è posto nel mondo alto (cefalee, cervicalgie, alopecia etc.) è necessario lavorare sul mondo basso: la terra, il radicamento. Ma anche qui bisogna stare molto attenti, poiché “il corpo agito incute paura al paziente psicosomatico” (Verbatim – De Vera d’Aragona – Dic.2001).

Inevitabile è quindi il timore che il soggetto prova di fronte al suo corpo che non è più luogo di sofferenze e dolori ma, danzando, tutto viene messo in discussione: il suo corpo diventa fonte di piacere. Questa nuova consapevolezza porterebbe il paziente a demolire l’impalcatura su cui ha costruito la sua malattia che a livelli profondi trova assolutamente inutile e non necessaria.

Come risulta nel 3° Capitolo, da un’analisi compiuta su un gruppo, ho notato che la maggior parte basa la propria vita su schemi piuttosto razionali e sul controllo degli eventi.

Danno pochissimo spazio ad esempio alla fiaba, alla immaginazione:elementi invece che dovrebbero accompagnare la nostra, a volte, monotona quotidianità.

L’uso del mito, delle storie fantastiche, era utilizzato dagli sciamani, guaritori in stato di trance “la comunicazione con il mondo invisibile attraverso la trance, la corrispondenza degli elementi psichici e delle entità sovrannaturali, permette allo sciamano di mettere in atto le rappresentazioni mitologiche favorevoli alla guarigione, con una mobilitazione delle figure mitiche in grado di tradurre la malattia, mediante la catarsi, in forme simboliche” (Danzare le origini – Bellia – 1995).

“L’immaginario è il campo dove gli archetipi si fanno personaggi fiabici e se noi impareremo a giocarci, giorno dopo giorno, scopriremo le fiabe che sono depositate nei nostri organi” (Riza psicosomatica – Daniela Parafante – 1991 n° 119).

Quindi una componente significativa per i psicosomatici è il ripristino del dialogo con la parte ombra. Difatti ho costatato che questi pazienti a cui appartiene l’intera umanità (!) ha interrotto il collegamento con i propri istinti, con le emozioni, con la propria Anima. Ma queste parti chiedono spazio, attenzioni e non trovano altre vie se non quelle di “parlarci” attraverso i sintomi, i disturbi.

E’ allora utilissimo ascoltare proprio il linguaggio del corpo, i nostri sogni, i nostri moti interni, le nostre tendenze e le nostre avversioni, “staccando spesso la spina” al pensiero che per molti di questi pazienti costituisce l’unica funzione psichica di rilievo.

Quindi: più Corpo non Mente. E il corpo si sa…non mente!

A questo punto ritengo sottolineare che “la terapia diventa terapeutica” quando è una strada che, percorsa, ci permette di fare luce sui lati bui della nostra personalità. Ma buio non si traduce in negativo nel senso cattivo del termine, bensì nella mancanza di consapevolezza su quello che siamo, ma che non conosciamo e non abbiamo ancora elaborato.

Premesso che, per me, il corpo rappresenta l’edificio visibile e concreto dell’Anima, della Vita, la terapia è efficace quando è allineata con le leggi della Natura. Essa diventa un’amica preziosa quando permette che il corpo sia abitato, vissuto………ma da che cosa se non dalla Vita stessa ?

Ecco quindi, che la vera terapia è quella che può attuare il processo d’integrazione dell’Anima con il corpo, attraverso la danza, ad esempio, che si serve dell’emozione. Questo preziosissimo strumento di risveglio somatico e psichico, ci fa percepire uniti al ritmo pulsante dell’Anima della Vita, la Grande Madre.

E di colpo sembra dissolversi nel nulla quel senso opprimente di separazione tra il corpo, la psiche e l’Anima.

Tre dimensioni della stessa Sostanza, dove cambia solo la frequenza vibrazionale a livello energetico.

Purtroppo, finché vigerà il pensiero neoplatonico e cartesiano dissociatore, la nostra mente non sarà una nostra alleata, ma un’integerrima nemica che tende sempre (spazio) ed ovunque (tempo) ad allontanarci………da noi stessi (corpo-mente-Anima). Quindi è proprio alla mente e alla psiche che dobbiamo mirare rinnovando e rinfrescando la memoria alla psiche stessa per ricordare le sue origini etimologiche: “soffio”…..(vitale ?).

Quando la psiche si rinnoverà, arricchendosi di nuovi e benefici schemi mentali a nostro favore si potrà parlare di processo di auto-realizzazione e di auto-creazione (R. Toro 1970). E questo processo è proprio la Terapia ( mi si consenta la T maiuscola) che lo permette grazie al potere trasformativi che la danza può effettuare. Quindi la “Cenerentola delle arti” diviene “Via regia” che partendo dal risveglio del corpo che si “rianima” col motore dell’emozione, invia le sue onde risanatrici alla psiche. A questo punto è crisi: voglio abitare un corpo che è fonte di piacere e vita, o di dolore e inezia ?

La mente deve operare una scelta esistenziale.

Ma anche dopo essersi proiettata verso la vita, la mente è sempre separata e dilaniata dalla dictomia tra: sapere e dire ciò che si desidera e fare quello che si desidera ! (i vecchi proverbi hanno una grande saggezza: tra il dire ed il fare………).

La terapia è quella che aiuta a superare questo dilemma che sembra configurarsi come rito di passaggio efficace per evolversi e andare oltre i nostri complessi meccanismi autodistruttivi (quando ci ammaliamo fisicamente) e ristagnanti (quando siamo insoddisfatti e disturbati psichicamente).

Entrare nel rito di passaggio è inevitabile per chi vuole assumersi la responsabilità e la presa di carico di quello che vogliamo veramente dalla vita. Si tratta di un delicato, ma meraviglioso processo di consapevolezza. E qui ritorna la danza, che col suo mirabile aiuto ci dà una mano per rimanere a galla nel passaggio tra il dire ed il fare, e si fa ponte ( attraverso il gesto emozionato), tra il corpo e la vita che continua la sua Danza, ma questa volta con la straordinaria partecipazione di………(ognuno può indicare il suo nome).

Non c’è cambiamento dal buio alla luce o dall’inerzia al movimento, se non c’è emozione.

(C.G. Yung).

 

1.4-Precursori della danza intesa come terapia

Presso le antiche civiltà si attribuiva valore taumaturgico alle danze rituali collettive effettuate in cerchio o attraverso figurazioni archetipiche quali la spirale, la croce, l’infinito. Ne sono un esempio le danze africane, le danze dei Dervisci dell’ordine dei Sufi, danze che riconnettevano alla Fonte Divina girando su stessi. Oppure le danze sacre tibetane, dette Cham, e quelle sciamaniche che usavano lo stato alterato di coscienza per la guarigione del corpo e dell’anima o per ristabilire equilibrio, ordine e salute all’interno della collettività. Inoltre va citato il tarantismo, esperienza tradizionale italiana.

 

1.5-Origini della DanzaMovimentoTerapia

La D.M.T. nata come modalità specifica di terapia nel dopo guerra negli Stati Uniti, si è diffusa in Europa da circa trentenni.

L’elenco dei D.M.terapeuti è vastissimo, quindi mi limiterò a indicare quelli che, amio avviso, con le loro esperienze dirette hanno formulato pensieri e considerazioni utili per il contesto specifico trattato in questa tesi: D.M.T. e Psicosomatica.

J.Duncan : dà molta importanza al fatto che non deve essere manifestazione di sterili manierismi, quanto una “libera, personale espressione dell’esperienza emozionale”. Inoltre sostiene che la tecnica non deve essere fine a sé stessa, ma semmai usarla come strumento per manifestare l’arte attraverso il movimento, il gesto, la danza.

Delsarte : studiando molti malati mentali, scopre il forte vincolo tra voce e gesto tra manifestazione esterna del movimento e moti emozionali interni dell’individuo.

T. Shawn e R.St.Denis : la coppia fonda la scuola “Denishawn School” frequentata da molte D.M.terapeute. Il loro pensiero è che la danza doveva aiutare l’uomo a formarsi una concezione più nobile di sé stesso.

M.Grahm : si occupa del simbolismo junghiano, si sofferma nell’introspezione e sull’interiorizzazione del gesto.

R.von Laban : grande innovatore dal punto di vista dello studio del movimento umano nei suoi minimi dettagli, offrendo un punto di riferimento fondamentale, più oggettivo possibile. Egli crea il sistema Effort/shape offrendo le nozioni di flusso di tensione di peso, di spazio e di tempo, di piani e livelli dello spazio, di flusso di forma, di chinesfera che per il D.M.terapeuta rappresentano elementi di base da utilizzare nel proprio lavoro.

Kestenberg : anche lei ci offre il Kestenberg Inovement Profile, strumento di lavoro prezioso nella terapia col movimento in una prospettiva psicoanalitica, utile in un settino con psicosomatosi.

M.Chace : sente la danza come comunicazione. Il D.M.terapeuta deve essere soprattutto un danzatore per poter relazionare in modo autentico col gruppo. La Chace parla di disagio, inquietudine più che una malattia, inoltre sostiene che non bisogna curare il malato ma “danzare con la persona”.

Personalmente trovo importantissimo questo elemento in vista di soggetti psicosomatici. La Chace dà molta importanza al ritmo che a suo avviso dà il senso dell’appartenenza al gruppo e facilita l’integrazione di vari fattori psichici, alla struttura e al movimento integrato, alla verbalizzazione, alla tecnica del rispecchiamento e del rapporto empatico con la persona, alla relazione terapeuta-paziente e al simbolismo.

Per la Chace ciò che spetta al terapeuta è risanare le relazioni danneggiate del paziente perché rappresentano le origini delle malattie.Nello studiare i suoi malati la Chace nota che ci sono movimenti rivelatori di esperienze di vita molto remote. Si può così, secondo lei, risalire a blocchi e problematiche spesso relative alla prima infanzia. Nel 1966 fonda l’A.D.T.A.(American Dance Therapy Association) che definisce D.M.T. l’uso psicoterapeutico del movimento come processo che favorisce l’integrazione psicofisica dell’individuo.

Boas : secondo questa psicanalista e danzatrice non esiste differenza tra danza come arte e come terapia, perché ritiene che ogni gorma d’arte contiene sempre un aspetto terapeutico, sia sull’artista che sullo spettatore: Utilizza molto il ritmo delle percussioni perché come strumenti risuonano a livelli molto profondi, psichici, emozionale e somatici.

Anche i bambini più resistenti e difficili, secondo la Boas, si fanno coinvolgere dal Tam-Tam del tamburo. Il D.M.terapeuta deve saper riconoscere il movimento intenzionale autodiretto (che può essere anche difensivo) da quello passivo che si realizza quando ci abbandoniamo fiduciosamente a movimenti autentici, spontanei. Così ci si avvicina al movimento creativo per entrare in contatto con la dimensione primitiva ed arcaica della personalità.

M. Whitehouse : combina il pensiero di Jung con il movimento definendo il suo lavoro “ movimento del profondo” intendendo con ciò i fenomeni dell’inconscio, ovvero il contenitore degli archetipi.

Definisce le persone comuni e i danzatori “nevrotici normali” per i quali il movimento autentico può rappresentare un ottimo strumento per la rivelazione del sé nonché potente mezzo per l’auto conoscenza.

Personalmente ho avuto l’occasione di entrare nel movimento autentico tramite Teresa Escobar, D.M.terapeuta italiana.

Danzando ad occhi chiusi ho aspettato che l’impulso provenisse dall’interno, da un’immagine o una sensazione, ed è stato come se il mio mondo intimo si rivelasse attraverso il mio corpo ed il mio gesto. Avendo provato l’esperienza sulla “mia pelle” ritengo che, dopo un mio approfondimento della disciplina, il movimento autentico possa costituire un buon tramite per utenti psicosomatici per i quali un lavoro così delicato non rappresenta “pericolosità” come per gli psicotici, schizofrenici o tossicodipendenti.

T. Schoop : ha lavorato con pazienti ospedalieri con gravi disturbi di tipo psicotico. Ella nota una scissione negli schizofrenici il cui corpo appare dissociato, a “pezzi”. La Schoop sostiene che si può cambiare la postura, la corporeità in genere con la D.M.T., e che attraverso il corpo si può influire sul funzionamento e sull’organizzazione psichica (dal corpo alla mente e non più solo dalla mente al corpo come sostenuto dalla psicoterapia analitica). L’importante è che quando si compie il movimento tutto il corpo ne sia coinvolto in modo globale.

L.Sheleen : ha svolto anche diversi studi antroposofici, notando che molti riti coreografici erano basati sul simbolismo del ciclo solare. Il Nord è riferito al buio, alla morte; l’Est alla nascita, al desiderio, a ciò che deve venire; il Sud alla maturità, a ciò che si compie, all’acme; l’Ovest alla vecchiaia, alla fine, alla saggezza. La D.M.T. propone la danza delle 4 direzioni nello spazio che richiama molto l’investimento spaziale rilevato dalla Sheleen.

Y. Chodorow : sostiene che a volte le immagini s’impongono all’attenzione e vogliono essere rappresentate attraverso l’uomo che viene danzato da esse. Sull’ “Io mi muovo” tende a prevalere l’ “Io sono mosso” (Bellia-Dove danzavano gli sciamani-2001). Si ispira a Yung con quello che lui chiamava “l’immaginazione attiva” discutendo sulla Psicologia del Profondo e sulla Teoria degli effetti . Dà un immenso valore all’espressione delle emozioni che considera, come Yung, ponte che connette e relaziona in modo dinamico, il corpo con la psiche. E’ importante che le emozioni non vengano solo espresse, ma che trovino una forma ed un contenimento tra il dentro ed il fuori.

Winnicott : dà un concetto di Psiche-Soma: l’esperienza con la madre, nel neonato è essenzialmente un’esperienza corporea. La psiche, l’intelletto fanno parte del funzionamento psiche-soma, ma vengono dopo. Quando la madre e l’ambiente non sono adeguati o positivi, il processo di crescita si altera e l’intelletto è costretto a svilupparsi al di fuori ed in opposizione allo scambio psiche-soma, sopperendo così alle carenze. Da qui si passa alla malattia.

Utilissimo a mio avviso il suo apporto nella cura di soggetti di tipo psicosomatico dove personalmente ho appurato l’importanza che viene attribuita alla logica, al pensiero ed ai processi cognitivi in contrapposizione alle funzioni corporee. Molta rilevanza Winnicott dà al gioco quale grande tappa evolutiva per l’elaborazione della capacità creativa. Senza le risorse creative, all’uomo è impossibile operare cambiamenti, elementi fondamentali per la propria crescita.

H. Duplan : danzatore che dà origine all’Expression Primitive che personalmente ho conosciuto tramite il Dott. Enzo Bellia, Direttore della Scuola di Catania di D.M.T.. La Pratica si ispira alle danze primitive, è accompagnata dal tamburo, dà moltissima importanza alla dimensione gruppale.

Inoltre attraverso il pulsare dei piedi sul pavimento, la danza relaziona fortemente con la terra, con tutte le valenze simboliche che questa richiama.

Viene usata la voce in modo scandito e melodico e attribuisce notevole importanza allo sdoppiamento quale caratteristica vitale (polarità, strutture binarie, contrari, opposti,etc.). Il movimento viene reiterato e può essere a scatti o morbido. Praticandola, ho tratto personalmente grandi benefici, misurandomi e conoscendomi, scoprendo dimensioni magiche del mio essere e transpersonali, fluendo nel movimento come avvolta di mistero ma nello stesso tempo presente, reale, profonda, probabilmente perché la sua efficacia terapeutica dipende dall’uso di gesti simbolici, archetipici, per cui pulsioni interne distruttive e troppo intense trovano canali attraverso il corpo, trasformandosi in movimenti comunicativi, creativi ed artistici.

Oltre a quella pedagogica, infatti, l’Exp. Prim. Ha una funzione preventiva e terapeutica, portando “una modificazione dei circoli viziosi psichici e psicosomatici dai quali quasi nessuno è del tutto esente”. (Bellia – Danzare le Origini – 1995).

F. Schott Billman : mette in relazione la D.M.T. alle cure sciamaniche e all’antropologia, mettendo in evidenza processi simili che accomunano le due pratiche: il rito, la voce, il mito, il movimento, la danza, il ritmo, il tamburo, la trance.

La  malattia viene considerata rito di passaggio naturale verso la salute, quando è canalizzata in forme simboliche.

Dà un immenso valore alla struttura che sente come preziose fondamenta per un buon sviluppo della psiche. Con le modalità espressive corporee è possibile entrare nella struttura attraverso danze del limite, del confine, dell’alternanza, d’opposizione. La struttura, secondo la Billman, è alla base del rapporto di relazione col proprio bambino e da molti è riconosciuto che la prima, vera, efficacissima terapia è quella che la madre effettua col bambino giocando col suo corpo, con la voce, con lo sguardo. Grande valore quindi alla ripetizione, tipica dei giochi infantili, al cui carattere ripetitivo anche Freud attribuisce un certo significato, anzi considera che è la base dello psichismo. La Billman, ad esempio, ritiene che il bilanciamento effettuato dalla madre che culla, è la prima vera danza.

A lei si deve la rappresentazione del Cours Type. Si tratta per me di un “viaggio” verso se stessi attraverso gesti rituali, ritmici e vocalità arcaiche. Materiale utilissimo in presenza di un gruppo psicosomatico. Ho già appurato l’efficacia del Cours Type con persone che presentano problematiche come : cefalea, disturbi d’ansia, colite, vertigini, depressione, cervicalgia.

 

E. Bellia : cosa dire quando si percepisce che un’incontro è prezioso innanzitutto per la propria crescita e poi per ciò che ne deriva sul piano dell’apprendimento e della formazione personale come D.M.terapeuta ? E’ il caso del mio incontro con il Dott. Enzo Bellia, il quale fino ad oggi mi fa riflettere su aspetti da me sconosciuti o su altri che prima ritenevo poco rilevanti. Egli ha indicato strumenti di lavoro pratici ed originali che risultano innovativi ed utili per chi vuole intraprendere ed approfondire la strada del D.M.terapeuta. Si tratta del “Diagramma di Campo” e del “Codice Funzionale”. Il primo è un punto di riferimento per la fondazione di un setting, basato sulle coordinate Dimensione-Livello (vedi pg. 53 – Dove danzavano gli sciamani – Bellia 2001) , il secondo è un modello di proposte tecniche rivolte al terapeuta quando interviene nel processo del settino. (vedi pg. 81 idem).

Il Dott. Bellia è il Vice Presidente dell’APID (Associazione Professionale Italiana DanzaMovimentoTerapisti), fondata nel 1997, avente come Direttore il Dott. Vincenzo Puxeddu.

Dalla definizione che l’APID dà della D.M.T. si evince l’importanza che viene attribuita alla funzione integratrice di questa terapia:- La D.M.T. è una disciplina  specifica, orientata a promuovere l’integrazione fisica, emotiva, cognitiva e relazionale, la maturità affettiva e psicosociale, la qualità della vita della persona.”(QUAR TER n°1 Marzo 1998).

P.DE VERA d’ARAGONA : dato l’apporto prezioso che la Dottoressa ha dato al binomio D.M.T. e Psisomatica anche come danzaterapeuta, mi soffermerò in maniera più approfondita nel contesto del 3° Capitolo in un’analisi del suo contributo alla D.M.T.

 

CAPITOLO II°

PSICOSOMATICA

 

2.1- Psicosomatica (cenni)

E’ quella branca della Medicina che mette in rapporto la mente con il corpo, nonché il mondo emozionale ed affettivo con il soma, con i sintomi, i disturbi corporei. La Psicosomatica cerca di fare luce su come la pulsione emotiva ed i pensieri non espressi esercitano la loro influenza sul corpo e sulle sue funzioni ed in particolare sull’istaurarsi della malattia.

Una volta si parlava di Psicosomatica per designare solo quelle malattie la cui causa era sconosciuta, per cui se ne attribuiva l’origine alla dimensione psicologica.

Oggi non si parla soltanto di Psicosomatica ma stà nascendo una nuova consapevolezza che porta alla visione di un “Sé Psicosomatico”, e che vede l’uomo nella sua totalità ed interezza. Secondo questa concezione, il sintomo e la malattia sarebbero una manifestazione organica di disagi e conflitti psicologici. Per cui a blocchi psichici ed emotivi corrisponderebbero fenomeni patologici o organici.

Attraverso questa chiave di lettura l’essere umano quando si ammala è psicosomatico e addirittura, per un cospicuo numero di psicosomatisti, anche gli incidenti, i traumi e le malattie infettive, potrebbero essere non accidentali, ma andrebbero interpretati appunto seguendo la traccia psicosomatica.

Così si spiegherebbe il motivo per cui, a determinati tipi di persone accadono ripetutamente gli stessi incidenti, come tipologia ed effetto, o perché di fronte a grandi eventi o combinati, queste reagiscono in modi statisticamente pressoché uguali. Inoltre, vi sono malattie che determinano lesioni organiche, altre che si manifestano solo a livello sintomatologico; sia nel primo che nel secondo caso, la genesi sarebbe comunque legata al mondo della psiche e dell’emozione.

Esistono malattie ritenute classicamente psicosomatiche come : la cefalea,l’asma, la colite, la psoriasi e gli eczemi, l’ulcera e l’ipertensione, ma personalmente mi accorgo di quanto questo elenco negli anni si stia allargando. Infatti ultimamente sono comprese le malattie dell’alimentazione, problemi muscolari e del sistema osteo-articolare, malattie cardio-vascolari e respiratorie, disturbi uro-genitali, sofferenze a carico del sistema endocrino e ormonale, disfunzioni gastro-intestinali, nonché disturbi della pelle, del sonno e del sistema nervoso. Insomma, pian piano, tutto l’organismo è interessato e compreso.

Inevitabilmente, medici tradizionali e classici, stanno allargando la propria mentalità, non considerando più l’uomo a compartimenti stagni, ma tutt’uno costituito da parti integranti.

E’ diffuso ormai il pensiero che la salute fisica influenzi la psiche e l’area affettivo-relazionale, e che viceversa, la rete sentimentale ed emozionale abbiano una certa riflessione sulle funzioni organiche e corporee in genere.

Quindi, superato “il dualismo psico-fisico secondo il modello cartesiano, si guarda l’uomo come un tutto unitario”. (Dizionario di Psicologia – Galimberti – 1992)

 

2.2 Dicotomia mente-corpo

Molte sono le scuole di pensiero che cercano di spiegare il meccanismo che collega la psiche con il corpo nel momento in cui sorge la malattia. Tutte hanno in comune il superamento dell’equivoco di separare il corpo dalla mente, pensiero da tempo perpetuato nella cultura occidentale materialistica. Tutte fanno notare la persistenza di un obiettivo medico diffusissimo: la sola soppressione del sintomo attaccato con farmaci a largo spettro.

Tutti ormai conosciamo i benefici parziali e temporanei ed addirittura gli effetti nocivi di tali cure farmacologiche.

E’ stato registrato un nuovo orientamento riguardo ai criteri d’indagine eziologia. Si assiste ad una crisi filosofico-strutturale della medicina organicista ortodossa che incomincia a vedere l’uomo non più scisso e separato quindi, da un metodo analitico-sperimentale-fenomenico della malattia, si sta passando al metodo analogico-intuitivo dando importanza all’aspetto solistico dell’uomo integrato con la natura.

Non si parte cioè dall’analisi della malattia ma dall’ascolto della persona, come espressione di un insieme istintuale, affettivo, emotivo, mentale e transpersonale.

Era ora quindi che la grande mistificazione e mitizzazione dell’inganno farmacologico venissero smascherate, e che la medicina allopatica si integrasse, anche se a piccoli passi, con quella psicosomatica. Infatti, grazie a questa unione è possibile superare la dicotomia mente-corpo in relazione alla malattia, che lascia il posto di “protagonista” all’uomo, alla persona nella sua totalità.

Và da sé che solo informando il sistema formativo professionale medico si potrà assistere ad un vero progresso culturale a beneficio della salute dell’intera umanità. Solo dopo una larga diffusione informativa ci si potrà dirigere “Verso la concezione di un sé Psicosomatico”.(Trigoli-Masarati-Morelli- 1980).

 

2.3 – L’uomo globale

Desidero ricordare alcuni degli studiosi e degli psicosomatisti che stanno contribuendo con il loro pensiero e le loro esperienze a lasciare intravedere la possibilità di una concezione dell’uomo globale:

Dumbar : riscontra statisticamente che a caratteri personologici corrispondono sindromi psicosomatici tipici.

Alexander : l’iperattività del sistema parasimpatico porta alla regressione e a malattie come l’ulcera, la colite e l’asma, etc. L’iperattività del sistema simpatico è connesso all’indipendenza e a malattie come l’emicrania, l’artrite, ipotensione,etc. L’asma deriva da un’eccessiva o non risolta dipendenza dalla madre.

Bikow :  la malattia dipende da un cattivo rapporto tra stimolo ed i meccanismi di reazione delle strutture cerebrali superiori che si ripercuotono sulle strutture corticali e sul centro vegetativo (corpo).

Reich : sostiene l’identità funzionale tra psiche e soma. La malattia s’innesta quando nell’organismo si determina uno stato di carica che non trova sbocco in quello di scarica per cui si determina un’armatura, una corazza caratteriale (a livello psichico) ed una corazza muscolare (a livello somatico).

Man : il corpo è un campo energetico collegato al cosmo. Quando il collegamento si altera nascono le malattie, ed il terapeuta diventa un “Psychic Healing” ed il paziente un accumulatore energetico che deve equilibrare gli eccessi o i deficit energetici.

Cannon : responsabile delle patologie è lo stress a causa di risposte emozionali troppo intense o prolungate. La dinamica di risposta allo stress può essere di “attacco e fuga” o di “adattamento” (per Selye). Se lo sforzo fallisce il corpo si ammala sul piano immunitario. Da qui la malattia.

Groddek : l’ES, forza che permea ogni processo biologico, non conosce separaione tra corpo e Anima ed usa un suo linguaggio specifico: “L’inconscio non parla soltanto nei sogni, si esprime anche per mezzo di un gesto, del corrugarsi della fronte, nel battere del cuore” (Il libro dell’ES-1975).

L’ES è responsabile delle malattie e comunica attraverso i sintomi i quali hanno lo scopo di risvegliarci o quello di tenerci infermi per proteggerci da danni più gravi. Tutte le malattie sono psicosomatiche.

Weiss-Inglish : la malattia è un bisogno, una necessità dell’uomo per adattamenti emotivi ed affettivi alla realtà.

Boss : la malattia è l’unica modalità con cui l’uomo si esprime, si relaziona col mondo quando altre modalità sono escluse, interrote o esasperate.

 

Roex : sopprimere il sintomo è pericoloso, la malattia in seguito s’inasprisce e acquista rigore. Essa dipende da atteggiamenti sbagliati o da difficoltà ad esprimere le emozioni. Ciò porta al formarsi di blocchi e ad un ingorgo che rinforza l’impossibilità di elaborare i ricordi del passato. I blocchi si riflettono sul corpo e sulla psiche perché dalla mente arrivano imput autodistruttivi. La malattia è un messaggio dell’incoscio per segnalare il processo avvenuto. Il terapeuta ha il compito di trovare la chiave di accesso al linguaggio dei sintomi.

Dethlefsen-Dahlke : la malattia è un segno ed ha un significato. E’ un insegnamento che proviene dalla psiche che ci spinge a dare valore alla vita interiore e spirituale, se vogliamo evolvere. Non parliamo di malattia da curare, ma di malato da ascoltare. “ L’uomo è ammalato perché gli manca l’unità, l’uomo sano, cui non manca niente, esente da disturbi e turbative, esiste solo nei testi di anatomia della medicina. Nella realtà un simile esemplare è sconosciuto” (………) “L’uomo deve essere pronto a mettere in discussione tutto ciò che pensa di sé stesso ed a integrare consapevolmente quello che il sintomo cerca di fargli capire a livello fisico. La guarigione è sempre collegata ad una dilatazione di coscienza e ad una maturazione”.(Malattia e Destini-1984).

Hay : Ciascuno è responsabile al 100% delle proprie esperienze. Ogni pensiero che si concepisce, crea. Ci ammaliamo per schemi mentali sbagliati: sensi di colpa, risentimento, paura ed eccessivo senso critico. Tutto ciò è un boomerang che danneggia il corpo. I sensi di colpa ci portano i dolori, le fitte, i crampi, le sofferenze acute ed intense; il risentimento, l’odio, ci porta il cancro e le malattie gravi degenerative; la paura ha come bersaglio gli organi del nostro corpo; l’eccessivo senso critico corrode l’apparato scheletrico e articolare, porta l’artrosi, artrite, i problemi alla schiena.

Bach : la malattia dipende da una disarmonia tra la personalità e l’Io Superiore (o Anima) dovuta a squilibri emozionali . I metodi della scienza medica sono definiti materialistici e soppressivi. L’errore ed il fallimento nella cura consiste nel prestare attenzione agli effetti (sintomi) e non alle cause delle patologie. Quindi la sofferenza è un fenomeno causale e non casuale. Inoltre, per una distorsione percettiva della nostra mente, vediamo l’Universo costituito da entità indipendenti e separate facendo una distinzione fra noi e gli altri. L’Universo fa parte di una grande unità e ciò che danneggia il “non Io” si ripercuote su di noi. Anche questo è fonte di malattia che però ha lo scopo di riportarci in asse con l’Io Superiore. Al terapeuta il compito di catalizzare e facilitare i processi di consapevolezza per cui le patologie hanno potuto attaccare l’organismo. Da qui l’urgenza di prevenire la malattia mediante un lavoro su stessi.

Bach, medico inglese, ha elaborato un sistema terapeutico completo, con presupposti teorici, indicando una fenomenologia precisa degli stati d’animo disarmonici con la relativa raccolta clinica.

Su 38 stati d’animo sono stati raggruppate 7 tipologie:

1 Paura;      

2 Incertezza;

3 Perdita d’interesse per il presente

4 Solitudine; 5 Ipersensibilità; 6 Scoraggiamento;

7 Eccessivo interesse per il benessere altrui.

Ad ogni stato d’animo generale, ne appartengono cinque o sei specifici.

Frigoli, Masaraki, Morelli : “Ci sembra corretto, nel delimitare il concetto del Sé, attribuirgli le caratteristiche di unità psicosomatica. Da questo momento lo chiameremo....Sé psicosomatico. (.....).La funzione operativa di questa parte somatica del Sé è l’immagine corporea. All’interno dell’organismo vivente non esistono produzioni che siano strettamente psichiche e (.....)strettamente corporee, entrambe rappresentano due momenti polari di quel “sistema psicosomatico” a sua volta proiezione amplificata del Sé Psicosomatico. In questo senso lo studio del corpo e della mente devono procedere in modo parallelo ed essere abbracciati simultaneamente, (.....) Di fatto la sperimentazione di un Sè Psicosomatico è ben lontana dall’essere seppur minimamente delineata. (.....) Solo pochi ricercatori hanno tentato di cimentarsi con “l’uomo globale”.(.....) Vogliamo far scaturire dalla concezione di un Sé Psicosomatico la possibilità di ritrovare nell’unità microscopica dell’uomo tutto il riflesso creativo dell’Universale”.(Verso la concezione di un Sé Psicosomatico-1980)

L’intera creazione esiste in te

e tutto quello che è in te

esiste anche nella creazione.

Non esistono confini fra te e un oggetto

che è accanto a te

proprio come non esiste distanza

fra te e oggetti molto lontani.

Tutte le cose, le più piccole

Come le più grandi,

sono presenti in te e uguali a te

(....)Un’Unica tua manifestazione

rivela tutte le manifestazioni della vita

Kahlil Gibran




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